7.5
- Band: BEARTOOTH
- Durata: 00:45:20
- Disponibile dal: 25/06/2021
- Etichetta:
- Red Bull Records
Spotify:
Apple Music:
Sette anni e quattro album dopo possiamo dirlo: quella che era nata come un side project di Caleb Shomo per combattere la depressione che lo affligge dai tempi dell’adolescenza è ormai diventata una band a a tutti gli effetti, e che band. Introdotto da una cover tamarra (sarà per l’imminente uscita del cartone su He Man, ma a noi sembra uno Skeletor in versione motociclista…), il quarto album dei Bearooth è come sempre un foglio bianco in cui l’ex-enfant prodige degli Attack Attack riversa le proprie emozioni, stavolta amplificate dal lockdown: testi come quelli della titletrack posta in apertura (“666 feet in my hell below”) non sono le solite frasi buttate lì per immedesimarsi nell’adolescente di turno, ma come da tradizione fungono da catarsi trovando sfogo musicale in un perfetto mix tra l’energia del metalcore e la spensieratezza del pop-punk. Al netto di un paio di episodi fuori dal coro – la già citata titletrack e la conclusiva “The Last Riff”, strumentale caratterizzata da un’inedita atmosfera quasi doomy – il resto della tracklist sprizza energia da tutti i pori. Dai breakdown di “Devastation” al sing-along di “The Past Is Dead” e “Won’t Give It Up”, dal ritornello Vigorsol di “Fed Up” all’alt-rock di “Skin”, tutto sembra studiato alla perfezione per far saltare e urlare il pubblico non appena sarà possibile, ma anche tra le quattro pareti di casa l’effetto cinetico è assicurato. Come molti colleghi, dagli A Day To Remember agli Asking Alexandria, anche i Beartooth stanno progressivamente prendendo le distanze dal metalcore (anche se non mancano i breakdown, come in “Hell Of It”), ma nel loro caso siamo ancora a distanza di sicurezza dalla zona Virgin Radio e la botta di energia resta tra le più potenti del genere.
