8.0
- Band: BEHEADED
- Durata: 00:38:10
- Disponibile dal: 25/07/2025
- Etichetta:
- Agonia Records
Spotify:
Apple Music:
Il ritorno dei Beheaded, pionieri della scena estrema maltese, è di quelli in grado di tingersi di conferma e novità.
Un album che, da un lato, rafforza il linguaggio adoperato dalla band mediterranea nel corso dell’ultima fase di carriera, coincidente con gli ingressi di Simone Brigo alla chitarra (Blasphemer) e Davide Billia alla batteria (Antropofagus, Coffin Birth, Vomit the Soul) e con la pubblicazione dei fortunati “Beast Incarnate” (2017) e “Only Death Can Save You” (2019), e che dall’altro, scavando a fondo nel senso di appartenenza e identità del progetto, imbastisce una narrazione inedita e coesa, frutto evidente del desiderio di mettersi alla prova come artisti e di spostare l’impianto sonoro verso registri più densi e atmosferici.
Un cambio di prospettiva intuibile già dalla scelta dell’artwork: una foto in bianco e nero che, nella sua semplicità, diventa portavoce istantanea dei concetti di solitudine, morte, fede e degli anni che procedono inesorabili in un’unica direzione, fornendo a “Għadam” una cornice visiva poco assimilabile a quella prettamente death metal del passato. Anche i testi, cantati rigorosamente in maltese, si inseriscono in questo quadro generale di smarcamento dai cliché e di ricongiungimento alle origini, scegliendo inoltre di attingere dalle opere dello scrittore horror Anton Grasso – connazionale del nucleo formato dal bassista David Cachia e dal frontman Frank Calleja – per lo sviluppo del concept.
Completato dal neoacquisto Fabio Marasco (già chitarrista dei Maze of Sothoth), il gruppo delinea quindi la traiettoria di una proposta che, nel 2025, punta solo a tratti su quell’intensità a lungo associata al proprio moniker, calando la materia death metal in uno stato di raccoglimento ombroso da cui emergono melodie e costrutti che, per quanto resi principalmente attraverso la strumentazione elettrica, sembrano guardare a certa musica folk del Mediterraneo.
La sintesi di questo lavoro di ricerca e stratificazione è un suono tanto cinematografico e umorale, quanto dinamico e attento a non scadere in soluzioni ampollose e bombastiche, quasi come se si trattasse di una versione più calda e compassata degli ultimi Behemoth. Un flusso in cui vecchia e nuova scuola, sul filo di una produzione organica in grado di restituire appieno il vigore delle singole performance, si rincorrono dando prova di grande ingegno e spiccata vitalità, con le chitarre che – nello specifico – brillano come lame nel buio sia quando si tratta di avanzare per riff con la R maiuscola, sia quando sono invece gli arpeggi, soffusi e punteggiati, a guidare determinati passaggi.
Perlopiù, vige un clima di attesa e di contemplazione, fra midtempo solenni e uptempo mai troppo tesi; una serie di respiri profondi prima di una fine tragica, con il trittico composto dalle splendide “B’niket inħabbru l-mewt”, “Iħirsa” e “Il-Kittieb” a sancire, con tanto di cori puliti, l’ambizione e la sensibilità espressiva dei Beheaded attuali.
Una band rinnovata, qui alle prese – a sorpresa – con la sua opera più stimolante, matura e coraggiosa.
