7.0
- Band: BIOHAZARD
- Durata: 00:33:49
- Disponibile dal: 15/09/2005
- Etichetta:
- SPV Records
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
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In un periodo in cui l’hardcore è quantomai popolare è strano parlare dei Biohazard, gruppo per moltissimo tempo singolare baluardo del genere, unico rappresentante della categoria sotto i riflettori per tanto, troppo tempo, ma mai giunto a livelli altissmi come alcune band attuali. Proprio ora il riconoscimento dovrebbe arrivare sotto forma di consacrazione, dopo periodi bui, ispirazione altalenante e pause troppo lunghe, invece con Billy Graziadei impegnato in improbabili sideproject (Suicide City) ed Evan Seinfield tra MTV e prodezze a luci rosse (il nostro ha una relazione con la stella dell’hard Tera Patrick, e non ha rinunciato a prender parte attivamente a qualche produzione della moglie!), ma soprattutto dopo l’appena sufficiente “Kill Or Be Killed” i Biohazard rischiano il pensionamento, schiacciati dalla foga di tutti questi nuovi paladini dell’hardcore. C’è da dire che, seppure il gruppo non abbia mai trovato un chitarrista stabile, l’attitudine e la costanza non sono mai venute meno, assieme a quella voglia di sperimentare e di allargare il sound, senza snaturarlo, verso il metal e le culture urbane quali l’hip-hop. Niente “tupa-tupa” o atteggiamenti da vegan-terrorist, i Biohazard sono da sempre fautori di un hardcore da strada su groove muscolare e assassino, break spezzacollo e tirate massacranti, contraddistinto dalla duplice voce di Seinfield-Graziadei, il primo con stile più cadenzato e il secondo più urlato… tutti dovrebbero conoscere le caratteristiche di una formazione tanto seminale. L’ultimo lavoro presenta le classiche coordinate del gruppo e ne conferma la personalità, ma è in definitiva troppo “ordinario” per meritarsi un alloro: nettamente al di sopra della media ma senza la marcia in più che aveva donato a dischi come “Urban Discipline” o “State of the world Address” il titolo di classici di genere, grazie ad attitudine, impatto, contaminazione e quell’estetica truce e urbana che ha reso il gruppo davvero unico e riconoscibile. Se l’opener “My Life, My Way” è buona ma non trascendentale, il gruppo si ristabilisce immediatamente con la tirata “The Fire Burns Inside”, quasi composta a puntino per scatenare giganteschi mosh. Maestri in groove ed in improvvise accelerazioni, i Biohazard sanno sfruttare pienamente le voci dei due frontman. Ottime “Filled With Hate”, “Break It Away From Me”, “Don’t Stand Alone” e… e diavolo tutte le restanti! Lo stile immutato è ancora godibilissimo: è stato ridotto all’osso il lato crossover (non sono presenti collaborazioni, infatti), restano protagonisti i violentissimi cori, trademark del gruppo e capaci di trasformare ogni live in un armageddon. Nessuna caduta di stile. “Means To An End” è ancora una buona ragione per scoprirli: massimo rispetto.
