7.5
- Band: BLACK LABEL SOCIETY
- Durata: 00:51:43
- Disponibile dal: 27/03/2026
- Etichetta:
- Spinefarm
Tornano dunque Zakk e i suoi Black Label Society con un nuovo disco, “Engines Of Demolition”, a ben cinque anni di distanza dal precedente “Doom Crew Inc.”. Se il tempo trascorso dall’ultimo lavoro non stupisce più di tanto (da “Shot To Hell” in avanti, circa quattro anni separano regolarmente un disco dei BLS dal successivo), sorprende invece considerare quanto il barbuto leader abbia fatto in questo quinquennio: l’interminabile tour celebrativo dei Pantera con Anselmo, Brown e Benante, l’album in studio “Patient Number 9” con Ozzy e, come se non bastasse, anche i concerti estemporanei con il progetto Zakk Sabbath. Un carico di lavoro tutt’altro che leggero, abbastanza da mandare in burnout molti musicisti e spingerli a ritirarsi per mesi in qualche fattoria in Arizona.
Ma Zakk no: ogni volta che lo si ascolta non dà mai l’impressione di essere stanco (ve ne accorgerete anche nella nostra intervista di imminente pubblicazione), anzi sembra sempre impaziente di buttarsi su ciò che lo aspetta subito dopo.
E questa voglia, questa smania di non stare fermo, si riflette perfettamente nella musica dei Black Label Society, di fatto il progetto più personale che Wylde porta avanti da oltre vent’anni.
Abbiamo già sottolineato su queste pagine come le ultime due uscite, “Grimmest Hits” e “Doom Crew Inc.”, si siano progressivamente allontanate dall’approccio più selvaggio e aggressivo degli esordi, virando verso un’attitudine più positiva e, per certi versi, più rilassata. Le composizioni tendevano infatti ad abbandonare i binari del metal più pesante e pachidermico per aprirsi a soluzioni più melodiche, spesso vicine all’hard rock o persino a influssi blues e soul.
Un discorso che prosegue senza particolari scossoni anche in “Engines Of Demolition”, un album che si articola chiaramente attorno a tre anime ben distinte: quella più pesante e metal, quella più rock’n’roll e immediata e quella più intima e malinconica, che in passato trovava spazio soprattutto nei due capitoli di “Book Of Shadows”. Tre volti che non sono certo nuovi, ma che qui risultano forse ancora più separati e riconoscibili, contribuendo a rendere la tracklist leggermente più eterogenea del solito.
Brani come “Gatherer Of Soul”, “Name In Blood” o la riuscita “Above & Below” rappresentano al meglio il lato più rock del Nostro: riff solidi ma scorrevoli, spesso alleggeriti da aperture melodiche nei bridge e nei ritornelli. Sul versante opposto, episodi più pesanti come “The Hand Of Tomorrow Grave”, “The Gallows” o la rumorosissima “Pedal To The Floor” recuperano l’impronta più dura e distorta del passato, costruendo la propria efficacia su ritmiche più lente e talvolta doomy e puntando maggiormente sull’impatto del riffing che sulla componente melodica.
Come da tradizione, trova spazio anche il lato più intimista e acustico, e le due ballad presenti risultano particolarmente convincenti: “Better Days & Wiser Times” richiama addirittura certe soluzioni armoniche di “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan, mentre la conclusiva “Ozzy’s Song” – ovviamente dedicata all’indimenticato Madman, grande amico e mentore di Zakk – si distingue per un approccio più diretto e sentito, rivelandosi uno dei momenti emotivamente più riusciti del disco.
In definitiva, ci troviamo di fronte a un album che prosegue coerentemente il percorso intrapreso dai Black Label Society negli ultimi lavori in studio; allo stesso tempo, va segnalato questo ulteriore irrigidimento delle differenze tra le varie anime del sound, che porta i brani metal a essere realmente pesanti, quelli hard rock a beneficiare di soluzioni fresche e spesso riuscite (al momento, il volto che preferiamo) e le ballad ad assorbire con decisione influenze blues e southern.
Un disco che non cambia le regole del gioco dunque, ma che almeno per noi conferma i Black Label Society come macchina ancora perfettamente funzionante, capace di colpire duro quando serve ma anche di emozionare quando vuole.
