BLACK SABBATH – 13

Pubblicato il 05/06/2013 da
voto
6.5
  • Band: BLACK SABBATH
  • Durata: 00:53:18
  • Disponibile dal: 10/06/2013
  • Etichetta: Vertigo
  • Distributore: Universal

Nel 1978 usciva “Never Say Die!”, disco che ha decretato la fine di un’era importante per l’heavy metal. Ozzy Osbourne lascia definitivamente i Black Sabbath e si dedicherà alla sua carriera solista, mentre Tony Iommi decide di proseguire con la band reclutando l’ex Rainbow Ronnie James Dio. Da allora di reunion tra il Prince of Darkness ed i suoi ex compagni ne sono state fatte diverse, ma limitate a tour o date singole. Questa volta pare sia arrivato il momento giusto per la classica line-up dei Black Sabbath, a trentacinque anni dall’ultimo disco insieme, di dar vita a nuovo materiale.  Peccato che pochi giorni dopo l’annuncio della reunion, per motivi di carattere contrattuale, il batterista Bill Ward si sia chiamato fuori dalla band. Il suo posto viene preso dal bravo Brad Wilk dei Rage Against The Machine. Il disco si apre con “End Of The Beginning”, un brano lungo oltre otto minuti in cui, almeno nella parte iniziale, Tony Iommi cerca di riproporre le atmosfere sinistre e spettrali del capolavoro “Black Sabbath” con i suoi riff, per poi accelerare il ritmo e puntare su un heavy metal d’impatto. Il singolo “God Is Dead?” mantiene un alto minutaggio e tempi lenti, tipicamente doom, le melodie sono solenni ed atmosferiche, fino al refrain maestoso ed ispirato. L’intento degli inglesi, insieme al super produttore Rick Rubin, è di ripartire dagli anni Settanta, dai vecchi dischi, come a voler ignorare le oltre tre decadi trascorse. Il risultato non soddisfa completamente, su “13” manca quell’alone maligno, le atmosfere demoniache e glaciali delle prime produzioni dei Sabbath, tanto scarne quanto paurose e lugubri. Ozzy Osbourne alla voce non riesce a staccarsi dalle sue prove soliste, su gran parte dei pezzi il suo cantato, come stile e produzione, è lo stesso che potremmo trovare su “Black Rain”. Con “Zeitgeist”, lento e suadente grazie alla chitarra acustica, i Black Sabbath si autoplagiano, proponendo una sorta di “Planet Caravan” senza riuscire a riproporre la veste psichedelica e sognante agli stessi livelli dell’originale. Il doom classico di “Age Of Reason” risolleva il disco, Iommi e Geeze Butler imbastiscono ritmiche come solo loro sanno fare, Brad Wilk con il suo drumming diretto dimostra di non possedere il tocco, il gusto caratteristico  di Ward, dallo stile inconfondibile. All’interno del pezzo, Tony si lancia in un assolo che conferma (come se ce ne fosse bisogno), la sua classe sublime in ogni nota che suona. “Damaged Soul” possiede una spiccata anima bluesy, ma non è abbastanza per far decollare il pezzo. A conti fatti “13”, se collocato in ordine temporale subito dopo “Never Say Die!” non regge il confronto con nessuno dei lavori precedenti, per intensità, ispirazione e per quella dose di nera magia che ha reso unici dischi come “Black Sabbath”, “Paranoid” o “Sabbath Bloody Sabbath”. Manca il cuore, manca quell’affiatamento spontaneo tipico delle band genuine che vogliono spaccare il mondo, fatto sta che la nostra impressione è quella di trovarci di fronte ad un’opera partorita da tre rockstar che hanno usato molto cervello e poca anima. Senza dubbio, su “13” sono presenti alcuni estratti di valore, ma non abbastanza per soddisfare pienamente i fan dopo tutti questi anni di trepidante attesa.

TRACKLIST

  1. End of the Beginning
  2. God Is Dead?
  3. Loner
  4. Zeitgeist
  5. Age of Reason
  6. Live Forever
  7. Damaged Soul
  8. Dear Father
45 commenti
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