10.0
- Band: BLACK SABBATH
- Durata: 00:42:21
- Disponibile dal: 08/12/1973
- Etichetta:
- Vertigo
- Distributore: Warner Bros
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“Volume 4” ha spiazzato il pubblico dei Black Sabbath e diviso la critica tra coloro lo considerano un passo avanti nella crescita artistica di questi ragazzi di Birmingham e chi, invece, lo considera troppo lontano dagli standard che li hanno resi famosi. Nonostante questo, il successo del quartetto non accenna a diminuire e i Black Sabbath si ritrovano nuovamente catapultati in quel vortice disco-tour che ha fiaccato tante blasonate formazioni degli anni Settanta. In effetti anche i Sabbath non sono esenti da questo stress, complice anche il cambio di management tutt’altro che indolore: Iommi e soci, dunque, si prendono una piccola pausa, pur mantenendo inalterata la tabella di marcia, e si ritrovano quindi a registrare il nuovo album.
Fedeli al loro status di band oscura e sinistra, le sessioni che porteranno alla nascita di “Sabbath Bloody Sabbath” si svolgono nei sotterranei del Castello di Clearwell. L’atmosfera è perfetta e i quattro, tra una striscia di coca e una visita del fantasma che, si dice, abiti il castello, mettono in musica l’ennesimo capolavoro. L’album si apre con la titletrack, uno dei vertici dell’intera carriera della band: un riff semplicemente perfetto si incastra su una struttura dinamica, potente e sofisticata al tempo stesso. In “Sabbath Bloody Sabbath” la maturità compositiva del gruppo raggiunge nuove sfumature e colori: la band lascia spazio ad una vena progressive, che non va confusa con certi svolazzi intellettuali; la musica resta oscura, metallica e viscerale, tuttavia il gruppo costruisce una trama più fitta ed articolata, ampliando quanto già ascoltato in certi passaggi di “Volume 4”. Basta ascoltare un brano come “A National Acrobat”, con quel riff di chitarra torrido e la sua struttura particolare e cangiante; “Fluff”, delicato acquerello acustico con un Tony Iommi sempre più a suo agio anche in questa veste; oppure “Sabbra Cadabra”, infuocata e selvatica, con il pianoforte e i sintetizzatori (suonati nientemeno che da Sua Maestà, Rick Wakeman) a dare un tocco psichedelico ed un Ozzy eccezionale (non a caso, saranno pochissimi gli estratti da quest’album nei tour post-reunion degli anni Novanta e Duemila, irraggiungibili per la vocalità del Madman). “Killing Yourself To Live” è un altro brano selvaggio in cui ogni nota è perfettamente incastonata; “Who Are You?”, più cadenzata, lascia spazio al synth che doppia la linea di basso; mentre “Looking For Today” sfoggia un’atmosfera più ariosa, con la chitarra acustica ad alleggerire il sound con pennellate più chiare. La chiusura, semplicemente perfetta, è affidata a “Spiral Architect”, brano elegante introdotto da una chitarra acustica ed impreziosito da maestosi archi, in cui l’equilibrio tra potenza hard rock e approccio progressive raggiunge uno dei suoi apici.
È piuttosto difficile stilare un’ipotetica classifica tra i primi cinque album dei Black Sabbath: il livello è talmente alto da differire solo per sfumature o semplici gusti personali, eppure “Sabbath Bloody Sabbath” rappresenta un possibile candidato per il vertice della loro discografia.
