8.0
- Band: BLACK VEIL BRIDES
- Durata: 00:43:46
- Disponibile dal: 08/05/2026
- Etichetta:
- Spinefarm
Sebbene siano passati ormai più di quindici anni dai tempi di “We Stitch These Wounds” e “Set The World On Fire”, c’è chi ancora tende a snobbare i Black Veil Brides in virtù di un look già all’epoca esteticamente discutibile (a metà tra i Tokyo Hotel e i Kiss) e di uno stile ancora acerbo, per quanto la commistione tra metalcore e glam lasciasse intravedere dei tratti interessanti.
Il successivo “Wretched and Divine”, concept album divenuto un classico istantaneo degli anni Dieci, ha segnato la definitiva maturazione del quartetto hollywoodiano, attraverso la fusione tra ritmiche e assoli di stampo hard & heavy, ritornelli da stadio ed orchestrazioni sinfoniche ad aggiungere un tocco più teatrale, unitamente ad interludi e spoken word; l’elemento della rock opera è evidentemente quello più funzionale alla narrazione della band, al punto da essere ripreso in “Vale” e nel penultimo “The Phantom Tomorrow”, probabilmente il loro apice discografico fino ad ora.
Con “Vindicate” la band sembra voler optare per un taglio leggermente diverso: non un vero e proprio concept quanto piuttosto un settimo album incentrato sul tema della rivincita e delle vendetta, un inno alla resilienza forgiata attingendo agli insulti degli hater e alla mancanza di fiducia come declamato dal frontman Andy Biersack nell’intro recitata “Invocation To The Muse”, prima di scogliere le briglie della title-track, sulla falsariga degli ultimi Avenged Sevenfold.
I richiami al metalcore moderno, dai Motionless In White agli Ice Nine Kills, non mancano in brani ritmicamente potenti come “Bleeders” o “Hallelujah”, ma lo stile dei BVB resta immediatamente riconoscibile tanto nelle chitarre, in cui ai riff iper-compressi di moda oggigiorno si affiancano assoli dal gusto ottantiano, quanto negli arrangiamenti, più vicini ai redivivi My Chemical Romance o al sempreverde Danny Elfman che ai Bring Me The Horizon o Bad Omens; il tutto senza contare gli “Oh-oh-oh”, da sempre marchio di fabbrica della band e colonna portante di diversi ritornelli (“Alive”) come la più scafata delle band pop punk.
La vera novità a questo giro è la presenza di ospiti esterni, ancora una volta funzionali al tema del disco: se la voce femminile di Lilith Czar (già presente, sotto il nome di Juliet Simms, su “Lost It All”) è il perfetto complemento di Biersack nella semi-ballad “Cut”, viceversa l’inedita collaborazione con Robb Flynn su “Revenger” è giustificata dal fatto che il cantante dei Machine Head sia stato uno dei pochi colleghi a prendere le difese della band di fronte alle critiche della comunità metal; musicalmente siamo più dalle parti degli ultimi Machine Head, ma comunque il pezzo funziona, così come non dispiace la patina più elettronica di “Sorrow”.
Alcuni aspetti, come il testo da madonnaro di “Ave Maria” o il già citato abuso di “Whoa oh oh, whoa oh oh oh” nei ritornelli per far cantare il pubblico, fanno un po’ sorridere, ma per il resto i Black Veil Brides fanno terribilmente sul serio e lo fanno davvero bene, con uno stile ormai riconoscibile. Se la miglior vendetta è la felicità, “Vindicate” ne ha in abbondanza su entrambi i fronti.
