8.0
- Band: BLACKBRAID
- Durata: 00:53:00
- Disponibile dal: 08/08/2025
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Più o meno due anni fa, recensendo “Blackbraid II”, avevamo scommesso che Jon ‘Sgah’gahsowáh’ Krieger sarebbe stato un artista da tenere d’occhio.
Oggi, ascoltando “Blackbraid III”, possiamo dire che la puntata è stata fruttuosa: la one-man band statunitense ritorna infatti con un terzo album che ne conferma la costante ascesa qualitativa, stabilendo definitivamente che Krieger non solo non è una meteora di YouTube, ma è anzi un compositore di grande gusto e personalità.
Si potrebbe osservare che questo nuovo lavoro non si allontana molto da una comfort zone ormai nota e ben delimitata – ed è vero. Ma è altrettanto vero, e molto rilevante, il fatto che questa comfort zone Krieger se l’è costruita da solo, scrivendo, registrando e producendo i suoi album in sostanziale autonomia.
Anche la scelta di continuare ad autopubblicare un progetto che sicuramente fa gola a diverse etichette è notevole e, a nostro avviso, assai indicativa di quanto gelosamente Krieger custodisca la propria indipendenza creativa.
In che senso parliamo di ‘zona comoda’? A chi conosce già il progetto basteranno le prime tre o quattro tracce per capirlo: “Blackbraid III” prosegue con grande coerenza sulla scia del suo predecessore, sia nello stile che nelle architetture.
Tornano infatti i ‘dialoghi’ tra vuoti e pieni, con parentesi acustiche e ambientali che si alternano a tracce quasi sempre piuttosto estese; torna una concezione del black metal feroce ed emozionale, articolata ma non autoindulgente, smaccatamente americana ma con lo sguardo rivolto alla Norvegia; torna infine l’elemento indigeno suggerito più nei temi che nella musica – dove fa la sua comparsa con dei fiati tradizionali solo ad ascolto inoltrato e in una forma che è prettamente funzionale alla componente black. Nulla di totalmente nuovo, quindi, ma è con questo nuovo album che la proposta di Blackbraid raggiunge davvero un picco di maturità e compiutezza.
Prendiamo, ad esempio, i due ottimi singoli di lancio, “Wardrums At Dawn On The Day Of My Death” e “The Dying Breath Of A Sacred Stag”: un’accoppiata di cavalcate senza respiro, in cui la sentita devozione ai Bathory traluce dietro i veli del black cascadiano di Agalloch e Wolves In The Throne Room, accompagnata da linee vocali intense, immediate e profondamente evocative.
Qui si pregusta l’aumentata enfasi delle chitarre che è, forse, una delle caratteristiche più interessanti dell’album, dove il riffing sembra farsi più spavaldo rispetto al passato e i soli si prendono la scena in “God Of Black Blood” (con la partecipazione del chitarrista Randy Moore) e “Tears Of The Dawn”.
Più familiare è invece la centralità delle digressioni acustiche, mai trattate da riempitivi ma piuttosto come preziose occasioni per dipingere notturni di una prateria sterminata, col vento che accarezza l’erba medica e il lamento dei coyote che risuona sotto un cielo tempestato di stelle.
Proprio queste digressioni, cui Krieger concede discreti minutaggi, potrebbero risultare uno degli elementi meno immediati da digerire a un primo ascolto.
Sempre un po’ impegnativa, almeno in prima battuta, potrebbe dimostrarsi la notevole estensione della quasi – suite “Tears Of The Dawn” e di “And He Became The Burning Stars”, in cui rifanno capolino alcune prolissità già notate in “Blackbraid II”. Si tratta comunque di difetti contenuti, che non inficiano né l’alto livello del songwriting, né la tenuta narrativa dell’album, che anche in questo caso si impone come un deciso punto di forza.
Anche questo nuovo lavoro si chiude con una cover, a sua volta ancora più efficace di quelle già proposte. Stavolta la scelta è caduta su “Fleshbound” dei Lord Belial, pezzo potentissimo che ben si armonizza sia con lo stile di Blackbraid che con il platter dei brani originali.
Insomma: altro album, altro centro; forse così riuscito da poter dire che siamo davanti a una delle uscite atmospheric black più rilevanti dell’anno. Per il prossimo lavoro crediamo sia legittimo aspettarsi qualche novità, che attenderemo con impazienza.
