7.5
- Band: BLACKEVIL
- Durata: 00:45:48
- Disponibile dal: 00:45:48
- Etichetta:
- Dying Victims Productions
Un titolo anche troppo lungo e una copertina che sembra pescare a piene mani dai videogiochi della From Software per l’opera terza di una band, proveniente dal territorio teutonico e dedita ad un sempre gradevole e blasfemo black/thrash metal a tinte speed. Ciò è una ulteriore dimostrazione di quanto il territorio tedesco risulti prolifico per il suddetto filone, in questo momento storico e non solo, tra i vari Cruel Force, Knife, Vulture, Nocturnal e quant’altro.
Inoltre, osservando la line-up ci si accorge che non parliamo esattamente di gente sprovveduta, soprattutto per quanto riguarda il batterista Simon Schilling, membro in pianta stabile degli svedesi Marduk da qualche anno, nonché elemento fondamentale per la resa ottimale di una proposta ad altissimo tasso di velocità, adrenalina e aggressività di carattere diabolico, per la gioia di tutti gli amanti delle band sopracitate, o anche solo di icone come i Midnight o i Venom, seppur in questo caso con una componente melodica più marcata e meno propensione agli elementi black’n’roll.
A volerla dire tutta, l’ascolto è meno prevedibile di quanto potrebbe sembrare, e questo si può dedurre già solo dalla durata dei brani: tutti superiori ai cinque minuti, con un picco di oltre dieci per la suite conclusiva “Towards The Carpathian Winter Ballet”; in effetti, sin dalla iniziale “Timeless Throne” si percepiscono delle velleità compositive molto più articolate, sebbene il focus rimanga ben saldo sull’energia tipica del genere, con tanto di sfuriate ritmiche e headbanging a manetta. Gli stessi riff di chitarra vengono più volte accompagnati da fraseggi orecchiabili, e nel ritornello di “Divine Forces”, ad esempio, si arriva addirittura al livello di un autentico ritornello con tutti i crismi; il tutto gestito con un gusto quasi più in linea col power metal e col melodic death, anziché banalmente con un classico black/thrash.
Alcune soluzioni, per quanto piacevoli all’ascolto, vengono forse protratte per troppo tempo, come la frase melodica iniziale della più lenta “Beneath This Pentagram”, che precede peraltro l’ottima “Praise The Fire For The Sacrament”, che non esageriamo nel ritenere un discreto punto d’incontro tra Hellripper, i Desaster e i Children Of Bodom. Un mix che potrebbe far storcere il naso a chi, in una band comunque accostabile allo speed metal, cerca soluzioni più grezze e rabbiose, che qui comunque sussistono, ma tendono a essere messe un po’ in secondo piano rispetto ad una volontà palese di risultare comunque musicali, e anche in “The Gladiator” sussistono effettivamente molti riff apprezzabili dai defender più incalliti, ma sempre con una forte infrastruttura melodica a sorreggere l’andamento.
Tali scelte risultano comunque azzeccate, anche perché rappresentano un modo interessante per provare a ritagliarsi una propria identità in un mercato dove molti esponenti sembrano un po’ somigliarsi tra loro; anche se, chiaramente, parliamo di derive che vanno sapute dosare e gestire, visto che ci vuole poco per risultare prolissi o ripetitivi quando si arricchisce la formula nella sua interezza.
Fortunatamente “Unknown Hands” mantiene alta l’asticella, inacidendo parzialmente le melodie che accompagnano la rombante doppia cassa, prima della lunghissima traccia conclusiva già menzionata poco sopra: quest’ultima parte come un pezzo doom metal, per poi trasformarsi in un brano black con quantità importanti di blast-beat, prima di rallentare e riaccelerare ancora, finendo con l’esplodere completamente negli ultimi istanti. In breve, un saliscendi di circa undici minuti, accattivante a suo modo, ma anche un po’ telefonato nel suo andamento – due sole modalità sono un po’ poche per un pezzo così lungo, dove si sarebbe potuto osare ancora di più; discorso che non vale per i due minuti finali, davvero impeccabili e azzeccati per una chiusura ficcante di un album a tratti sorprendente.
“Praise The Communion Fire For The Unhallowed Sacrament” sfiora l’eccellenza, penalizzato solo da una cattiveria sonora incrementabile e da una apparente voglia di reiterare le soluzioni musicali adottate, anche all’interno dei singoli brani, con il risultato di rendere il tutto anche troppo duraturo, forse per ragioni di parziale insicurezza e senso della misura da affinare.
Tuttavia, Dying Victims Productions raramente ci vede male e il tempo per migliorare e raggiungere la quadra perfetta c’è tutto, e considerando che siamo pur sempre in presenza del miglior lavoro dei Blackevil ad oggi, la possibilità di un percorso di miglioramento virtuoso non è certo da escludere.
