7.0
- Band: BLACKWATER HOLYLIGHT
- Durata: 00:43:21
- Disponibile dal: 30/01/2026
- Etichetta:
- Suicide Squeeze Records
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Il progetto Blackwater Holylight di Los Angeles, attivo dal 2016, ha saputo nel tempo intrecciare con naturalezza grunge, rock psichedelico dalle sfumature gotiche e atmosfere al contempo cupe ed elevanti, arrivando a incarnare un raro esempio di amalgama sonoro basato su contrasti marcati.
Se trovarsi al crocevia di generi spesso distanti è già di per sé complesso, riuscire a tradurli in un linguaggio fluido e immediatamente riconoscibile lo è ancora di più, ma le tre musiciste americane hanno dimostrato nell’arco dell’ultimo decennio di non farsi intimorire da tale scelta artistica.
Con il quarto full-length “Not Here Not Gone”, l’angoscia esistenziale tipica del doom viene alleggerita da un mood più melodico ed etereo: il risultato è uno shoegaze pesante e denso, capace di esibire una eufonia contraddittoria, a tratti seducente, pur mantenendo in primo piano gli elementi più canonici del doom stesso. I riff di scuola Tony Iommi e i riverberi delle chitarre avvolgono l’album in un manto inquietante, edulcorato da linee vocali debitrici tanto dei My Bloody Valentine quanto degli Slowdive. In questo senso, brani come il groove stoner di “Spades” e “Bodies” si allineano perfettamente a questa formula, sempre in bilico tra pesantezza e melodia.
“Not Here Not Gone” è, sotto molti aspetti, un paradosso doomgaze: che emerga un senso di catastrofe imminente o di pace interiore, il tutto è lasciato esclusivamente alla sensibilità dell’ascoltatore, complice l’approccio massimalista della band a quello che è, a tutti gli effetti, un ossimoro musicale.
Molti brani rappresentano un riuscito esempio di sintesi tra il denso e l’etereo, come “Heavy, Why?” o “Involuntary Haze”, che riporta alla mente i primi e più rumorosi anni degli Smashing Pumpkins, avvicinandosi al suono dei Nothing.
Da evidenziare anche i momenti in cui la band tira il freno a mano della pesantezza in favore di una veste più rock, come in “Void To Be”, “Fade” o “Mourning After”, quest’ultima intrisa di atmosfere fumose riconducibili alla scuola trip hop di Bristol di metà anni Novanta, spezzando parzialmente una formula che, alla lunga, rischierebbe di risultare ripetitiva.
Chi arriva fino in fondo deve poi confrontarsi con la chiusura della splendida e progressiva “Poppyfields”, i cui sette minuti arrivano a sfiorare persino territori post-black.
In quello che è il brano sicuramente più completo dei tutti, secondo dopo secondo, l’ascoltatore viene trascinato sempre più a fondo in un malinconico vortice di distorsioni e delicate linee vocali: una chiosa che rappresenta, ad oggi, l’apice della padronanza del gruppo nel gestire questo costante gioco degli opposti.
“Not Here Not Gone” è il risultato di un lungo e meticoloso affinamento artistico, a cui manca davvero poco per decollare pienamente e i cui punti di forza risiedono nella voce toccante di Sunny Faris, in sintonia onirica con il supporto strumentale di Mikayla Mayhew ed Eliese Dorsay.
Forse non tutto è allo stesso livello – alcuni momenti come “Bodies” tendono a ripetere un copione già sentito in maniera meno ammaliante di altri brani – ma si tratta di angoli che siamo sicuri verranno smussati in futuro, data la assoluta qualità della proposta del trio americano.
Un lavoro che dimostra una processo di maturità costante che potrebbe raggiungere picchi insperati, a patto che si lasci spazio più al cuore che al cervello.
