7.5
- Band: BLAZE OF PERDITION
- Durata: 00:41:01
- Disponibile dal: 19/04/2024
- Etichetta:
- Metal Blade Records
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Riecco tra noi gli ex enfant prodige del black metal polacco, anche se ormai un’etichetta di soli paragoni sarebbe a dir poco riduttiva per i Blaze Of Perdition. Se, in riferimento ai dischi precedenti, quelli più facili li abbiamo fatti con i loro connazionali Kriegsmaschine e Mgła, anche per sottolineare il loro progressivo ruolo di primo piano in tale scena, su “Upharsin” la band di Lublino allarga ulteriormente i propri orizzonti musicali, senza per questo stravolgerli.
Con un occhio (o un orecchio, per precisione sensoriale) a certe cose dei Watain, almeno in termini di visione, a questo giro i Blaze of Perdition mettono in primo piano il loro lato più selvaggio e insieme epico, trasmettendo un senso di blasfemia primordiale che – senza voler fare i vecchi nostalgici – troppo spesso non ritroviamo più in molte uscite black metal. Il cantato fangoso di Sonneillon resta un elemento forse dirimente per il gusto di qualcuno, ma assolutamente azzeccato per accrescere l’atmosfera ultraterrena, marcia e maligna. Non si tratta però, appunto, di pura ripetizione di vecchi stilemi per far gongolare le anime più retrograde: nei riff caotici e negli arpeggi di chitarra che punteggiano il disco emerge l’evidente attenzione alle nuove, o ormai meno nuove, istanze; del resto, spesso emerse con classe proprio dalla loro natia Polonia. Ad avvalorare la sensazione di piccole, ma preziose novità, citiamo l’affascinante senso di “chiamata alle armi” dalle forti tinte folk di “Przez Rany”, impreziosita anche da un assolo dissonante. E poi l’apice del disco, che si tocca su “Młot, Miecz I Bat”, saggiamente posta a conclusione; un brano fatto di contrasti perfettamente amalgamati, ossessività e dissonanze che si intersecano meravigliosamente, a confermare l’urgenza espressiva e l’intensità di questi quattro nichilisti – sempre a proposito di ossimori.
Dopo circa vent’anni di rispettabilissima carriera, insomma, la band polacca si dimostra una realtà solidissima nel genere, a cui è dura chiedere ulteriori conferme.
