7.0
- Band: BLOOD FROM THE SOUL
- Durata: 00:51:27
- Disponibile dal: 13/11/2020
- Etichetta:
- Deathwish Inc.
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La pandemia non ha certo colto impreparato Shane Embury, che dopo il recente ritorno dei Venomous Concept ha deciso di riesumare un altro suo storico progetto, i Blood From The Soul. Era dal 1993 che non avevamo più notizie di questa band, nata quasi per gioco in un’epoca mirabile in cui spuntavano gruppi sperimentali e indimenticabili come appunto loro, i Nailbomb o Fudge Tunnel, in grado di unire chitarroni death, ritmiche industriali e visioni apocalittiche. Lasciato per strada il sodale del tempo Lou Keller, questa volta Shane ha al suo fianco Dirk Verbeuren e Jesper Liveröd a comporre una sezione ritmica solidissima e assassina, conferma per sé la scelta della sei corde e si fa prestare l’ugola al vetriolo di Jacob Bannon.
Il risultato è un ottimo salto nel tempo, che ci fa rivivere proprio le atmosfere malate e insieme libere da barriere della prima metà degli anni Novanta, per quanto perfettamente proiettato ai giorni nostri in termini di produzione e sonorità. La lezione dei Converge si sente eccome, anche se Bannon non cede quasi mai a quegli stacchi vocali più emozionali che spesso caratterizzano la sua band madre, optando piuttosto per una ricerca ad ampio spettro tra strida, gorgheggi rauchi e passaggi più ieratici; proiettando così perfettamente un concept che – per quanto non formalmente definito – evoca quel rapporto morboso tra uomo e macchina messo splendidamente in immagini da Cronenberg e che esplode appieno nelle dissonanze della conclusiva titletrack. All’interno di un muro sonoro denso e insieme euforico, non mancano momenti più dinamici e accattivanti, per esempio “Calcified Youth”, punto d’incontro tra il gusto sincopato dei Prong e l’hardcore puro – genere che esplode anche in brani come “Terminal Truth”. Oppure brani dotati di un intimismo caotico, sporco, quasi frutto di droghe sintetiche, come la doppietta “Dismantle The Titan” e “Encephalon Escape”. La componente industrial emerge soprattutto grazie alle frequenti dilatazioni, o a inattesi e spiazzanti innesti, sia sintetici che, semplicemente, inattesi; ad arricchire il tappeto sonoro contribuiscono infatti le decostruzioni elettroniche (sempre a cura di Embury), i raddoppi di chitarra in modalità rasoi-alieni di John Cooke – già al fianco di Shane anche nei Venomous Concept – e il folle sassofono suonato da Tom Dring ad aggiungere dissonanze quasi indecifrabili, nello spirito di John Zorn (epoca Naked City, of course).
Non abbiamo più l’etichetta Earache a occuparsi della distribuzione del disco come ai vecchi tempi, ma la natura intrinseca di “DSM-5” resta quella che la label inglese sintetizzava allora a meraviglia; a voler trovare un difetto, un paio di brani in meno e una durata più contenuta avrebbero forse giovato al senso di immediatezza e alla foga complessiva, ma resta un piacere che Shane abbia dedicato del tempo anche a questo comeback.
