6.0
- Band: BLOODBOUND
- Durata: 00:50:20
- Disponibile dal: 24/03/2011
- Etichetta:
- AFM Records
- Distributore: Audioglobe
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Quarto album per gli svedesi Bloodbound, power metal band attiva dal 2005 con il debutto “Nosferatu”, della quale possiamo sicuramente dire che non si uniforma agli standard imposti dal proprio genere: con il monicker uncinato, la copertina cimiteriale con tanto di zombi sorgente ed il simpatico titolo “Unholy Cross”, i Bloodbound fanno decisamente più pensare ad un gruppo dedito a sonorità estreme piuttosto che appunto al power metal estremamente melodico che li caratterizza. A parte queste ‘incongruenze’ a livello di immagine, per descrivere i Bloodbound bastano le solite parole ed aggettivi che si usano per l’80% delle recensioni delle band minori dedite a questo genere: melodie memorizzabili, cori epici, ritmi veloci e (soprattutto) scarsa originalità. Proprio questo risulta infatti essere il difetto principale imputabile a “Unholy Cross”, ovvero un’assoluta dipendenza a livello sonoro e compositivo dagli Edguy e dagli Hammerfall, che fanno sì che tutto l’album risulti coperto da un fastidioso alone di già sentito, con tra l’altro un cantante che anche se bravino non è certo Tobias Sammet. A salvare l’album però dall’essere cestinato senza troppi pensieri come il solito prodotto derivativo, inutile per la maggior parte degli ascoltatori, stavolta intervengono due fattori. Il primo è identificabile in una decisa propensione al suono di chitarra, con la scelta di relegare le solite esasperanti ed ingombranti tastiere, spesso vere responsabili dell’appiattimento del sound di un disco, ad un ruolo di secondissimo piano. Grazie al lavoro solo di accompagnamento svolto da queste, dunque, il lavoro si libera di quell’aura morbida e fiacca che spesso i prodotti di power à la stratovarius hanno, e rimane roccioso nel sound, e ancorato a buoni riff e assoli, e non solo ai tappeti di sintetizzatore. Il gusto per le tonalità epicheggianti e melodiche dei Bloodbound è inoltre decisamente piacevole, e fa sì che almeno le canzoni più rappresentative dell’album (“Moria”, “Reflections Of Evile” e la titletrack) entrino nella mente dell’ascoltatore e non la lascino per un po’. Grazie dunque alla memorizzabilità delle canzoni, all’efficacia delle melodie e alla robustezza del suono, i Bloodbound riescono a portarsi a casa questa stiracchiata sufficienza, che vuole suggerire ai fan del genere di dare una chance a questa band, e sconsigliare anche solo la vicinanza a questo CD a chiunque dica di odiare il power melodico e tutto ciò che rappresenta. Simpatici, ma non essenziali.
