BOHREN & DER CLUB OF GORE – Beileid

Pubblicato il 15/05/2011 da
voto
7.5

Bohren & Der Club Of Gore. Un nome che in ambito ambient-jazz-avanguardistico è una sicurezza assoluta, e sempre un piacevolissimo incontro anche per i metallari più marci e sognanti, soprattutto per chi ama il doom metal, il drone ambient e certe nefandezze post-rock. In maniera non dissimile da come gli ZU raggiungono bastardizzazioni hardcore tramite il jazz, allo stesso modo i B&DCOG disegnano paesaggi jazzati neri e deprimenti andando a finire direttamente nei territori del doom e del post-rock più minimalistico, malinconico e disperato. Il sax, il pianoforte, lo xilofono, i synth e le percussioni minimalistiche e ondulate fanno la gran parte del lavoro nel disegnare le traiettorie depresse, grevi e sature di pathos annerito di cui questo album è pregno. La opener “Zombies Never Die (Blues)” galleggia come un enorme branco di meduse fluttuanti perse in un mare vastissimo, rallentato e inebriato, con filamenti, tentacoli sottilissimi e trasparenze di ogni sorta che sbocciano e si fluidificano in un continuum infinito e inafferabile. Lo xilofono, i tamburi, il sax e le tastiere dilatatissime pennellano un paesaggio post-wagneriano decadente e magicamente sognante, in cui ogni respiro sembra venire soffocato da una mano invisibile, delicata ma decisa, che si posa inesorabile sulla bocca dell’ascoltatore ammutolito. “Catch My Heart” riesce a gettare una canzone dei Warlocks all’inferno e a riesumarla poi come uno spirito dannato che vaga senza meta, con la gabbia toracica sfondata e il cuore spezzato in piena vista. Mike Patton fornisce le voci forse più incredibilmente riuscite e magiche che abbia sfoderato in anni, almeno dai tempi più “soul” dei Lovage, ed evoca un immaginario noir e post-romantico assolutamente greve e palpabile, come se il setting fosse quello di un bordello degli anni Trenta in una metropoli americana in pieno periodo Grande Depressione, con le nubi di oppio ancora tremendamente normali a smorzare sempre più luci già soffuse. Performance veramente ma veramente mozzafiato, e sezione strumentale da far rabbrividire. Un capolavoro di black-soul-blues che neanche il concetto di “cover” riesce a incasellare o influenzare in alcun modo. La terza e ultima traccia, “Beileid”, è quanto di più vicino al funeral doom sia mai stato suonato da una entità al di fuori del metal. Lentezza e depressione sono due concetti neanche troppo adatti a spiegare la opprimente e agognante disperazione in chiave minimal che pervade questa composizione. I battiti – xylofono e piatti – sono talmente distanti tra loro da non creare alcuna ritmica, ma scandiscono soltanto il passare di minuti interminabili trascorsi in una pozza di synth neri e oltretombali, profonda chilometri. Album sterminato.

TRACKLIST

  1. Zombies Never Die
  2. Catch My Heart
  3. Beileid
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