7.0
- Band: BOLOGNA VIOLENTA
- Durata: 00:27:05
- Disponibile dal: 20/02/2026
- Etichetta:
- Dischi Bervisti
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Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Gončarov, è diventato presto sinonimo di pigrizia e apatia. Quella che Bologna Violenta racconta con questi sedici, violenti frammenti sonori proprio richiamanti nel titolo il lavoro russo, è infatti l’accidia rassegnata dell’uomo moderno, esposto a continue sollecitazioni mediatiche che non fa quasi in tempo a recepire e assorbire; e quando riesce, spesso, le trasforma attraverso i suoi bias di conferma.
Ecco così che, dopo la title-track posta in apertura, una sorta di angosciante sirena d’allarme scaricata nelle nostre orecchie, il resto del disco si muove su sonorità che riportano in particolare ai primi vagiti della band – abrasività grind, glitch, tastiere soffocanti.
Una dimensione musicale disturbante e in continua transizione, che viene resa ancora più imprevedibile a livello testuale, attraverso una schizofrenica carrellata di campioni vocali, taluni reali, altri fittizi, che vanno dal ‘Papa buono’ a Wanna Marchi: la regina degli imbonitori compare nella già nota “Wanna Be Satan”, uno dei due brani già editi, assieme a “Calcolatrice”. Nel resto del disco si passa per isteriche bestemmie, o vertiginosi cambi di atmosfera narrativa: stiamo ascoltando dialoghi nei vicoli di una megalopoli asiatica (“Tuk-tuk Extravaganza”) o passeggiando per una romantica Parigi (“Fiabe Francesi”)?
E che dire di “Uomini Sottosviluppati”? Un improbabile brano con richiami alla musica indiana e al dub, che non può che esplodere poi nel consueto assalto sonoro. Il gran finale è un monologo quasi nonsense ma serissimo sulla lebbra, in un mix di noise e movenze da colonna sonora anni Settanta, che spinge a replicare in loop l’ascolto dell’intero disco per capirci qualcosa in più; ma tranquilli, non sarà facile dare un senso a quanto ascoltato, esattamente come ci succede ogni giorno sotto il bombardamento dei social e dei tweet.
In sintesi, il principale pregio di questo disco è il senso di oppressione e inquietudine che trasmette, ben fedele all’approccio a cui Nicola Manzan ci ha da tempo abituato, con le sue stratificazioni dissonanti; e altresì in una formula più coesa rispetto al passato, lasciando la sensazione di un concept/non concept sì schizoide, ma abbastanza focalizzato nella strutturazione della sequenza di brani.
Forse, l’unico elemento per cui si può parlare di “Oblomovismo”, è il lungo periodo intercorso per la sua uscita rispetto al precedente disco: per il resto, l’ultima sensazione che trasmettono questi brani è l’apatia, bensì un’esortazione a schiaffi in faccia, per non cedere all’indifferenza.
