BORIS WITH MERZBOW – Gensho

Pubblicato il 02/04/2016 da
voto
5.5
  • Band: MERZBOW
  • Durata: 02:28:50
  • Disponibile dal: 18/03/2016
  • Etichetta: Relapse Records
  • Distributore: Audioglobe

Questa recensione poteva assumere diverse forme. Giunti infatti all’ennesima collaborazione, il collettivo Boris e il rumorista Merzbow hanno deciso di comporre due dischi separati e integrati allo stesso tempo: nove tracce affidate ai primi, che per lo più reinterpretano loro brani più o meno datati senza batteria, e quattro al secondo, a raggiungere la stessa identica durata. Con l’idea folle della possibilità, o forse necessità, di ascoltare i due dischi contemporaneamente. L’idea non è del tutto nuova: l’esempio più facile, se ci si passa il termine, è quello della splendida doppietta “Times Of Grace” e “Grace” delle due identità Neurosis e Tribes Of Neurot; e, visto che anche in questo caso le due componenti sonore sembrano rappresentare decisamente due facce della stessa medaglia, è con questo approccio che il vostro recensore ha deciso di intraprendere l’ascolto: quindi doppio play in sincrono, e via con l’eroico viaggio. Sono evidenti subito due certezze: da una parte come, venendo separati, i due dischi si perdano senza troppi giri di parole nelle derive di un rumorismo quasi fine a se stesso (sì, lo confessiamo: qualche minuto separato, in prima istanza, l’abbiamo affrontato); e poi come questo muro psicotico e caotico rappresenti, di fondo, un unico brano in quattro movimenti, concedendo con fede che la scansione temporale e musicale la detti l’entità Merzbow. Sicuramente, dopo le iniziali “Farewell” e “Huge” versus “Planet Of The Cows”, oltre diciotto minuti di derive che rendono i Sunn O))) un gruppo da classifica, si passa al trapanamento cerebrale degno della musica concreta dei tempi d’oro, o semplicemente la perfetta colonna sonora del primo Abel Ferrara: sparisce infatti del tutto ogni melodia nell’altrettanto lungo movimento di “Resonance”, “Rainbow” e “Sometimes” versus “Goloka pt.I”, e sui droni di overdrive e macchine si stagliano solo improbabili colpi percussivi e una voce a tratti suadente, più spesso dissonante. Il terzo movimento esacerba da una parte la presenza vocale di Wata e al tempo stesso l’asprezza musicale, prima del gran finale di “Prelude to a Broken Arm”, un muro continuo di campionamenti, dolore e distorsione di produzione Merzbow sovrapposto ai passaggi in cui lo shoegaze incontra lo sludge di “Akirame Flower” e “Vomitself”,  sfornati dagli altri tre folli. A questo riguardo, una piccola curiosità: una delle tracce più lunghe, “Sometimes”, è una cover dei My Bloody Valentine, quasi a riprova di una certa predisposizione generale verso tali sonorità. Che dire, insomma, di questo lavoro? Francamente nella valutazione complessiva prevale un generale senso di noia; da una parte, nessuna delle due componenti in campo necessitava di questo particolare artificio per sfornare qualcosa di nuovo, e dall’altra non manca qualcosa di interessante, qua e là, in questo denso magma. Ma il troppo stroppia, e per fortuna la versione promo conteneva “solo” i primi due di quattro dischi. Aggiungete o sottraete a scelta due punti pieni se, rispettivamente, l’onanismo sperimentale vi esalta o se all’opposto certi azzardi li trovate fini a loro stessi. Si sa che i secchioni, di solito, sono anche parecchio dediti alla masturbazione: tocca accettarli così.

TRACKLIST

  1. Farewell
  2. Huge
  3. Resonance
  4. Rainbow
  5. Sometimes
  6. Heavy Rain
  7. Akuma No Uta
  8. Akirame Flower
  9. Vomitself
  10. Planet Of The Cows
  11. Goloka Pt.1
  12. Goloka Pt.2
  13. Prelude To A Broken Arm
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