7.5
- Band: BORN OF OSIRIS
- Durata: 00:48:29
- Disponibile dal: 11/07/2025
- Etichetta:
- Sumerian Records
Spotify:
Apple Music:
In diciotto anni di onorata carriera, i Born Of Osiris hanno saputo farsi largo nell’affollata scena metalcore/deathcore con un sound capace di unire le spigolature del prog/djent con aperture melodiche e atmosfere elettroniche sulla scia dei pionieri Bleeding Trough o dei compagni d’etichetta Veil Of Maya, allargando progressivamente i propri confini sonori fino al penultimo “Angel or Alien”, probabilmente l’album più orecchiabile della formazione dell’Illinois grazie al sempre maggiore ruolo dei synth in stile Bring Me The Horizon.
A quattro anni di distanza, c’era molta curiosità intorno a “Through Shadows”, primo lavoro dopo l’uscita del tastierista Joe Buras e del chitarrista Lee McKinney (quest’ultimo comunque accreditato nell’album), lasciando il cantante Ronnie Canizaro e il batterista Cameron Losch come unici membri storici.
In attesa di vedere come si muoverà la nuova formazione in futuro, possiamo dire che il settimo sigillo della divinità egizia si muove in continuità con il suo predecessore, offrendo uno spaccato quanto mai attuale del prog-core più ficcante e moderno: le chitarre spezzettate restano una costante di pressoché tutti i pezzi, ma fin dall’iniziale “Seppuku” si viene avvolti in una spirale dove scale vorticose di chitarra si scontrano con bordate di elettronica e breakdown, quasi come in un ipotetico tag team tra Enter Shikari, A Day To Remember e Periphery.
Ancora più sfacciata la successiva “Elevate”, con un synth discotecaro che non sarebbe dispiaciuto agli Electric Callboy, mentre la title-track è un pezzo da manuale del metalcore moderno, impreziosito in questo caso dal dualismo vocale scream/clean e da una pregevole partitura solista della chitarra.
Tracce più aggressive come “The War That You Are” o “Inverno” riecheggiano il passato più remoto della band, e anche se alla lunga le ritmiche staccato-djent possono risultare un po’ ripetitive, le numerose variazioni sul tema, dall’intermezzo elettronico di “Burning Light” all’assolo di sax su “Activated”, aiutano a tenere alta la tensione; similmente, a livello vocale risultano efficaci le strofe simil-rap di “Torchbearer” o le melodie iperzuccherine della già citata “Activated”, in cui figura come gradito ospite Spencer Chamberlain degli Underoath.
Qualche perplessità destano le seconde voci di “Dark Fable” sul pulito – si sente la mancanza di Buras in questo senso – e un paio di code strumentali allungano inutilmente i pezzi (“A Mind Short Circuiting”, “Transcendence”) ma parliamo del classico pelo nell’uovo; nel complesso, i Born Of Osiris si confermano una delle realtà più solide del genere, anche senza l’aiutino dell’ormai onnipresente Jordan Fish.
