6.5
- Band: BOTANIST
- Durata: 00:42:02
- Disponibile dal: 17/05/2024
- Etichetta:
- Prophecy Productions
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E con “Paleobotany” sono dodici i dischi partoriti dai Botanist in una quindicina d’anni, e con questa nuova prova si ritorna alla versione collettivo. Difatti, il progetto californiano alterna album registrati come solista (e sono quelli col numero romano) ad altri, come in questo caso, licenziati come collettivo vero e proprio.
Altra peculiarità del gruppo – quella principale, in realtà – è l’assenza di strumenti distorti all’interno del proprio post-metal d’avanguardia, con le chitarre sostituite da un salterio, e una totale abnegazione al tema naturalistico, che porta il complesso ad autodefinirsi ‘green metal’.
Detto ciò a titolo di riassunto per chi non ha mai seguito il progetto di Otrebor (al secolo Roberto Martinelli), veniamo a questo nuovo lavoro, “Paleobotany”, cominciando dall’elogiare il fatto che ancora una volta, pur facendo uscire una media di dischi molto elevata, la qualità è decisamente alta. I brani sono sempre costruiti con capacità evidenti, e riescono facilmente a superare l’effetto ‘bello perché strano’ provocato dall’assenza di chitarre. Insomma, forma si ma anche sostanza.
La base metallica è qui ben sorretta da un’impalcatura avantgarde che sposa senza troppi indugi afflati post-rock che sono, da sempre, parte dei connotati dei Botanist, sebbene l’aspetto black metal sia venuto meno sempre di più, fino a focalizzare le proprie energie in un impianto più post rock e post metal che estremo, non senza trasognanti voci pulite e una certa triste morbidezza.
Va detto che il disco è sicuramente godibile preso per sé, ma non tutto gira alla perfezione. Infatti, una proposta che si fonda su uno strumento sì versatile ma che ha dei limiti nella propria ‘espansione’, finirà per suonare un po’ sempre simile al precedente, e questo è il caso di “Paleobotany” ma anche di un po’ tutti gli ultimi dischi dei Botanist, che tendono ad assomigliarsi, con anche l’entusiasmo ad ogni nuovo disco inizia un po’ a fiaccarsi.
Facciamo fatica effettivamente a tirar fuori una canzone specifica anche durante l’ascolto di questa nuova fatica, e sebbene i brani siano avvincenti, anche l’effetto dinamico risente di una sorta di standardizzazione della proposta, mantenendo una media (alta, l’abbiamo già detto) che può stancare un po’. Questi i difetti intrinsechi, tuttavia non possiamo dire che il disco non sia piacevole, come sempre. Si osa, ci sono dei momenti molto freschi e pungenti (“Magnolia”), e si percepisce senza meno un approccio sì bizzarro in un certo senso ma di sicuro molto conscio delle proprie capacità.
Certo è che ci risulta difficile non bollare anche “Paleobotany” come, banalmente, ‘un altro bel disco dei Botanist’, che confermano ancora una volta il proprio status di band prolifica e di buona qualità, ma che pur avendo si sempre qualcosa da dire, non riesce a smarcarsi da un’immagine ben precisa creata dalla propria opera. Insomma, non aggiunge poi molto alla discografia dei Botanist, ma lo fa piuttosto bene.
