7.0
- Band: BOUNDARIES
- Durata: 00:47:02
- Disponibile dal: 17/07/2026
- Etichetta:
- Sumerian Records
A poco più di due anni da “Death Is Little More”, album che ne aveva definitivamente collocato il nome nel giro ‘che conta’ del metalcore contemporaneo, tornano i Boundaries con quella che – dati alla mano – si presenta come la loro opera più ambiziosa e varia.
Un ritorno di dimensioni imponenti, spalmato su quattordici brani che elevano intenzionalmente le caratteristiche di gruppo del Connecticut in un flusso ipertrofico e viscerale, da cui appare chiaro come – a uno stile preciso e definito – il quintetto continui a preferire una proposta mutevole e cangiante, quasi schizofrenica nel suo oscillare fra tensione e rilascio, fra violenza percussiva e aperture ariose, oggi sempre più centrali nell’economia generale dell’ascolto.
Approdati su Sumerian e guidati in studio dal produttore Drew Fulk (Knocked Loose, Motionless in White, Fit for a King), Matthew McDougal e soci confezionano un lavoro la cui palette spazia dai toni del grigio metropolitano a quelli dell’azzurro pastello, partendo da una base che può appunto ricordare quella degli autori di “You Won’t Go Before You’re Supposed To” – punto di riferimento inamovibile per un certo tipo di hardcore/metal americano – ma che già dopo pochi minuti non si tira indietro dall’imboccare una moltitudine di strade differenti, con lo sviluppo della tracklist a ricordare i saliscendi e i zigzag di un’ipotetica playlist Spotify.
Un approccio che, se da un lato sacrifica inevitabilmente qualcosa in termini di unione e compattezza, dall’altro mette i ragazzi nelle condizioni di muoversi a piacimento tra i registri chiamati in causa, in un ‘frullatone’ dinamico, moderno e pensato per convogliare quanti più gusti possibili dello spettro metalcore del periodo 2006-2026.
Come detto, l’incipit è di quelli astiosi e brutali, con l’opener “Malconscience” e – soprattutto – il singolo “Skies cast amber black” a flettere i muscoli in un’aggressione tesa, nervosa e costruita attorno a breakdown enormi, la quale sembra esasperare scientemente il lato più quadrato del suono, ma questa impostazione non è altro che una delle tante incluse nella raccolta: “May this pain never leave” riporta al centro i chorus emo-tivi e squillanti di Tim Sullivan, degno erede di Aaron Gillespie degli Underoath; “Torn wide open” sfuma nell’elettronica eterea e in linee vocali femminili a cura di Alex Reade dei Make Them Suffer, mentre più avanti ci si imbatte sia in omaggi al melodic metalcore dei Counterparts, sia in echi industrial e death-core che immaginiamo derivare dall’apprezzamento degli ultimi sforzi di End e Jesus Piece.
La carne al fuoco è insomma tanta, e non tutto – nell’arco dei quarantasette minuti della raccolta – può fregiarsi del titolo di indispensabile, specialmente all’altezza della parte centrale; una selezione maggiore sarebbe stata necessaria, ma anche al netto di questa voglia di strafare le luci di “Yearning: The unbeautiful after” finiscono comunque per superare le sue ombre.
Del resto, rispetto al passato, la scrittura complessiva ha fatto un ulteriore passo in avanti, affinandosi tanto nelle parti viscerali e pesanti quanto in quelle sfacciatamente pop e ‘da classifica’ (basti sentire l’attacco di “Only endless”, memore davvero delle soluzioni di un “Define the Great Line”), per un disco densissimo, a tratti caotico, ma anche sentito e coinvolgente, pieno di pezzi che sembrano seguire l’andamento di un euforico, altalenante amore estivo.
Difficile che chi consuma abitualmente il catalogo SharpTone, Solid State e simili non vi trovi qualche spunto di interesse.
