7.0
- Band: BRAIN TENTACLES
- Durata: 00:49:48
- Disponibile dal: 30/09/2016
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
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Viene da domandarsi se Bruce Lamont abbia tempo per mangiare e dormire, dato che non passa quasi mese senza che ci venga offerto un nuovo album o progetto che lo coinvolga. Nel caso dei Brain Tentacles, comunque, scordatevi completamente le arcane e spesso cupe sonorità di Yakuza o Bloodiest: qui siamo all’intersezione tra i Naked City e gli Sleepytime Gorilla Museum, e il risultato è un jazz-metal prevedibilmente esilarante. I brani sono quasi tutti guidati dai fiati, suonati proprio dal Nostro, mentre della sezione ritmica si occupano nientemeno che Dave Witte dei Municipal Waste e Aaron Dallison dei Keehaul, con la delicatezza che potete immaginare. Strappi, sfuriate, inserti vocali folli e qualche deriva space: partite per esempio da “Cosmic Warriors Girth Curse”, per un assaggio corposo di oltre dieci minuti. Il tutto senza un inizio e una fine, con il risultato, per questo omonimo album d’esordio, di un’unica suite schizoide in undici movimenti. Certo, le sonorità si fanno di volta in volta quasi grind (“Kinda Ka” o “The Sadist”), prog e citazioniste, come nell’avvio di “Hand Of God” che riporta alla mente “21st Century Schizoid Man”, o perfino klezmer per brevi innesti, quasi a voler omaggiare il Maestro assoluto del genere, ossia quel John Zorn che diede vita ai succitati Naked City. E chiaramente, a cascata, ci sono molti riflessi dei Mr. Bungle, soprattutto quelli pre-fama: quando cioè la sezione fiati di McKinnon e Lengyel la faceva da padrone, per esempio in brani come “Gassed” o “The Spoiler”. Stupisce, ma solo in parte data la caratura dei personaggi coinvolti, la potenza di questo psycho-trio: se i vari sassofoni a cui ricorre Lamont fanno quello che vogliono, non è da meno il lavoro svolto sull’album da Witte, che dimostra per l’ennesima volta classe e capacità rare; mentre il più defilato Dallison si prende comunque cura di arricchire gli arrangiamenti al synth. Mirabile, a riguardo, la finale e jazzistica “Palantine”, dove tutto fila a orologeria, per quanto si tratti dell’orologio del Cappellaio Matto. Tutto perfetto, insomma? Solo fino a un certo punto: abbiamo già detto come, pur in un eclettismo assoluto, l’album suoni molto omogeneo, senza picchi particolari. È poi forte la sensazione di un esperimento one-shot, fatto per puro divertimento, e un po’ in ritardo rispetto a quanto già sentito in ambito avantgarde: ecco quindi che per sbavare di gioia attendiamo futuri sviluppi.
