8.5
- Band: BROKEN HOPE
- Durata: 00:37:43
- Disponibile dal: 27/01/1997
- Etichetta:
- Metal Blade Records
- Distributore: Audioglobe
Dopo un trittico di dischi accolto a braccia aperte dai fan delle sonorità death metal più gutturali e cavernicole, con “Loathing” i Broken Hope decidono di compiere un grosso passo avanti in termini di profondità e messa a fuoco del loro sound. Si tratta appunto del quarto album, traguardo impensabile per molti gruppi mai davvero esplosi a livello commerciale, e Jeremy Wagner, da sempre leader della formazione di Chicago, sembra esserne perfettamente consapevole; per non finire nel dimenticatoio occorre spingersi oltre il tugurio di ignoranza e furia cieca degli esordi, confezionando qualcosa che elevi la proposta senza però snaturarne la natura splatter. Un’opera che possa finalmente mettere a frutto il bagaglio tecnico acquisito nel corso degli anni e – perchè no – sfidare lo strapotere dei compagni di etichetta Cannibal Corpse, da poco reduci dalla pubblicazione di “Vile”.
È con questa consapevolezza che il chitarrista americano, spalleggiato da una line-up ormai affiatatissima composta da Ryan Stanek alla batteria, Shaun Glass al basso, Brian Griffin all’altra sei corde e da Joe Ptacek al microfono (R.I.P.), estrae dal cilindro undici brani (compresi i brevi intermezzi “A Window to Hell” e “Deadly Embrace”) che ritraggono i Nostri svestire i panni di semplici macellai per indossare quelli di metodici cenobiti, seviziando la carne dell’ascoltatore sul filo di tecnicismi mai ostentati e di una fluidità impensabile fino a qualche tempo prima. Tenendo come punto di riferimento lo stile di un “Swamped in Gore”, fatto di sfuriate che non vanno per il sottile e rallentamenti melmosissimi, il quintetto mette a punto un death metal che è sì eccessivo e barbaro, il quale fungerà poi da ispirazione per diversi act ‘brutal’, ma che sprizza al contempo ingegno e perizia nella concatenazione dei vari passaggi, nell’alternanza fra parti cadenzate e in blast-beat, producendo dei giochi di contrasto assolutamente notevoli. Il riffing è qui all’apice della fantasia e dell’efficacia, e le sue modulazioni finiscono spesso per assumere tratti ‘orecchiabili’ su cui il growling di Ptacek può fare letteralmente il bello e il cattivo tempo, secondo una sensibilità orrorifica capace di proiettare nella mente una lunga carrellata di immagini viziose e aberranti.
Episodi come “Siamese Screams”, “Reunited”, “Skin is In” e “He Was Raped”, con la loro perversa vena catchy, il loro taglio squadrato e implacabile, rappresentano dei termini di paragone non solo per gli stessi Broken Hope (mai più in grado di ripetersi a certi livelli), ma per tutta una schiera di band amanti degli spargimenti di sangue, che da questo momento in poi non potranno più prescindere da certi insegnamenti.
In definitiva, un disco che a suo modo ha fatto scuola, insieme alla copertina di Wes Benscoter (Hypocrisy, Sinister, Slayer) che ne introduce nel migliore dei modi i contenuti.
