5.0
- Band: BRUCE DICKINSON
- Durata: 01:02:00
- Disponibile dal: 25/07/2025
- Etichetta:
- BMG
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Nel 1997, George Lucas, il creatore della saga di Star Wars, decise di ripubblicare la prima trilogia, quella storica degli anni Settanta, in una nuova edizione parzialmente rivisitata, che fosse più in linea con quella che sarebbe stata la successiva trilogia, iniziata poi nel 1999 con “Episodio I – La minaccia fantasma”.
Il risultato fu qualcosa che andò un po’ di traverso ai fan della saga, perché questa riedizione non si limitava ad una migliore resa visiva o alla correzione della palette di colori. Aggiungeva proprio delle scene e ne alterava altre, con un uso della CGI che, naturalmente, non poteva esistere alla fine degli anni Settanta.
Bruce Dickinson, con il suo “More Balls To Picasso”, sta facendo esattamente la stessa cosa. Ha preso il materiale originale – che abbiamo già recensito qui – e ha deciso di arricchirlo con elementi non presenti nelle registrazioni iniziali.
A volte si tratta di piccole aggiunte, come alcuni strumenti etnici provenienti dall’Amazzonia in “Gods Of War”, degli arrangiamenti di archi in “Change Of Heart” e “Tears Of A Dragon”, oppure una sezione di fiati in “Shoot All The Clowns”. Altre volte, invece, si tratta di aggiunte molto più radicali, come ad esempio la scelta di ‘metallizzare’ gran parte delle chitarre, sovrapponendo alle tracce originali di Roy Z, anche il lavoro di Philip Näslund, uno dei due chitarristi che abbiamo visto all’opera con il cantante nel recente tour dal vivo.
Questi i fatti oggettivi, mentre per quanto riguarda il giudizio critico, dipende un po’ dalla sensibilità di ciascuno sull’argomento. Chi scrive, ad esempio, è profondamente contrario ad operazioni di questo tipo, che risultano irrispettose prima di tutto verso la storia stessa dell’artista.
È chiaro che tutti noi amiamo le chitarre distorte, ma che senso ha ripubblicare un disco con una veste che tradisce l’origine stessa dell’album? “Balls To Picasso” non è un disco metal: non ha mai voluto esserlo, perché il suo creatore, in quel momento, stava proprio cercando una strada alternativa ad un mondo a cui sentiva di non appartenere più.
Ascoltare queste nuove versioni, credendo alla storia che finalmente le canzoni suonano così come avrebbero dovuto essere in origine, significa non conoscere il percorso che ha portato alla loro nascita. Ogni album è una fotografia di un momento, bello o brutto che sia, e tale dovrebbe restare.
In conclusione, insomma, se non avete mai ascoltato questo capitolo della discografia solista di Bruce, il nostro suggerimento è di recuperare prima la versione originale, l’unica vera testimonianza di cosa volesse fare Dickinson nel 1994. Se invece già conoscete l’originale e volete vedere se questa nuova versione ha più palle dell’originale, liberissimi di farlo, ma è uguale a guardare della brutta CGI attaccata con lo sputo su una pellicola del 1977.
