9.0
- Band: BULLET FOR MY VALENTINE
- Durata: 00:53:28
- Disponibile dal: 03/10/2005
- Etichetta:
- Visible Noise
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Dopo aver dominato le classifiche per quasi un decennio, nel 2003-2004 il nu metal è ormai prossimo all’implosione, con decine di band fotocopia intente a raccogliere gli ultimi scampoli di successo mentre molti dei protagonisti dell’epoca d’oro sono alla ricerca di una nuova identità. Sull’onda del successo dei Killswitch Engage, il metalcore melodico inizia a soppiantare Korn e Limp Bizkit nei gusti dei metal kids più mainstream, mentre in parallelo si assiste ad un revival dell’emo grazie all’enorme successo di band come The Used o My Chemical Romance, portabandiera dell’allora nascente MySpace.
In questo contesto, il 2005 – l’anno di nascita di YouTube – vede debuttare su major un trittico di band subito additate da pubblico e critica come sicuri eredi dei grandi nomi dei due decenni precedenti: se “City Of Evil” e “Ascendancy” erano rispettivamente il terzo e il secondo album per Avenged Sevenfold e Trivium, al contrario “The Poison” rappresenta l’esordio per i gallesi Bullet For My Valentine, che all’attivo potevano vantare giusto una manciata di EP (il primo dei quali registrato con il vecchio monicker Jeff Killed John).
Tanto basta alla Sony per metterli sotto contratto tramite la Visible Noise, e così ad ottobre vede la luce quello che vent’anni dopo può essere definito una pietra miliare del metalcore, ancora oggi capace di emozionare migliaia di ex-frangiati come testimoniato dal successo del recente ‘The Poisoned Ascendancy Tour’ insieme alla band di Matt Heafy.
La formula, tanto semplice quanto efficace, è presto detta e chiara fin dall’esplosiva opener “Her Voice Resides” (preceduta dall’intro strumentale dagli Apocalyptica, perfetta per creare il giusto climax): una base metalcore che riprende le chitarre maideniane (e relative evoluzioni svedesi), un pizzico di thrash nelle strofe e una tonnellata di ritornelli puliti in perfetto equilibrio tra emo e post-hardcore
Dopo aver studiato a scuola i grandi classici (Iron Maiden, Metallica, Guns ’N Roses) Matt Tuck e soci confezionano una manciata di instant classic che tuttora non hanno perso un’oncia del loro smalto dal vivo: “4 Words (To Choke Upon)”, con il suo iconico ritornello di quattro parole scandite (‘Look At Me Now’), è un anthem da manuale su cui si sono formate decine di band metalcore, così come le linee chitarristiche di “Suffocating Under Words of Sorrow (What Can I Do)” o le chitarre gemelle di “Cries In Vain” qualificano Matt Tuck e Michael Padget come moderni discepoli dei connazionali Dave Murray e Adrian Smith.
Tra un singolo e l’altro non mancano classici minori come “Hit The Floor” – una vecchia demo che non avrebbe dovuto nemmeno trovare posto nell’album, aggiunta all’ultimo su insistenza dell’A&R Martin Dodd – o “10 Years Today”, dedicata ad un amico del cantante morto suicida in giovane età; allo stesso modo non mancano leggere variazioni sul tema, quali il tapping nella title-track o le chitarre acustiche di “All These Things I Hate (Revolve Around Me)”, utili a donare più varietà all’insieme.
Sul finale trova spazio anche un brano più classicamente metalcore come “Spit You Out” – con il classico breakdown e un campionamento autocelebrativo del pubblico durante la loro esibizione al Download Festival del 2004 – ma il momento clou dell’album resta “Tears Don’t Fall” (accompagnata da un video altrettanto iconico sotto la pioggia), semi-ballad da sei minuti in cui metalcore ed emo trovano il loro perfetto punto di fusione tra strofe strappalacrime e cavalcate maideniane, in un crescendo rossiniano che la stessa band non sarà più in grado di emulare in seguito, a partire dall’annacquato sequel rilasciato qualche anno dopo. All’epoca, viceversa, l’ispirazione aleggiava copiosa sui Chapel Studios, e così anche i sette minuti della conclusiva “The End”, palesement ispirata ai Machine Head, scivolano via veloci tra delicati arpeggi e potenti ripartenze.
A vent’anni di distanza il debutto sulla lunga distanza dei Bullet For My Valentine resta un caposaldo del metalcore melodico degli anni Duemila, frutto di una band in evidente stato di grazia e capace in seguito di scrivere dischi interessanti (da “Scream Aim Fire” all’ultimo lavoro omonimo) ma senza mai raggiungere simili vette artistiche.
