7.0
- Band: BUNKER 66
- Durata: 00:23:42
- Disponibile dal: 27/10/2017
- Etichetta:
- High Roller Records
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Dalla Sicilia con furore. Tornano in grande stile, e soprattutto con un tasso di genuina rabbia del tutto invidiabile i Bunker 66. E lo fanno senza la benché minima remora: scaricandoci addosso una ventina di minuti di grezzo, vecchio ma nel contempo fresco ed energico thrash metal tinto di black. Attivo dal 2007, il combo messinese guidato da Damien Thorne al basso/voce e da Dee Dee Altar ‘on the drums’, per il qui presente “Chained Down In Dirt” ha reclutato alla sei corde J.J.Priestkiller, alias Fabio Monaco, già attivo negli Schizo (band conterranea, nonché simbolo del sound più estremo ed oltranzista). Una terza fatica che, come i precedenti “Infernö Interceptörs” e “Screaming Rock Believers”, rilasciati tra il 2012 e il 2014, porta con sè un buona dose di speed metal misto al black, in perfetto stile Venom, richiamando inoltre sonorità già depositate anni or sono dal buon Tom G.Warrior, senza comunque dimenticare stacchi più tellurici a rimarcare le ignoranti e primordiali tracce lasciate a suo tempo da band quali Sodom o Carnivore. Ma non solo: tutt’altro che sporadiche sono le ripartenze ritmiche in chiave D-beat, strizzando così l’occhio o meglio, sfoggiando lo stesso gancio on your face, di gruppi in stile Discharge, andando così a creare un discreto connubio tra la forza minacciosa del primo black metal e la velocità aggressiva del punk. Un micidiale mix ben manifestato soprattutto in apertura di album, grazie alla ‘lunghissima’ “Satan’s Countess” (ben quattro minuti di canzone), alla grezza “Black Steel Forever” e la stessa title-track. Ma è in particolar modo l’opener, proprio per la sua particolare durata (il resto dei brani si attesta intorno ai tre minuti scarsi cadauno), a rappresentare la summa dell’operato svolto dai Bunker 66: scariche di riff al fulmicotone, in cui Thorne ringhia il suo personalissimo ‘black steel’, si alternano a midtempo più malvagi caratterizzati da una presenza più massiccia di voci pulite. Il piede dei siciliani rimane comunque ben ancorato sull’acceleratore, regalandoci ripartenze mozzafiato (“Taken Under The Spell”), episodi più tecnici (“Her Claws Of Death”), brani più tirati e marci (“Wastelands Of Grey”) e pezzi più classici (se possiamo così definirli) come “Power Of The Black Torch”. Il tutto prima di un’ultima sfuriata, “Evil Wings”, introdotta dal canonico ‘Uuhh’ di warrioriana memoria. C’è da poco da pretendere, da scegliere, da chiedere. I Bunker 66 sono qui per scuotere i vostri già flebili nervi. Lasciatevi contagiare anzi, lasciatevi incatenare alla terra dal marchio thrash-black… red, white and green!
