7.0
- Band: BURN THE OCEAN
- Durata: 00:38:23
- Disponibile dal: 23/02/2023
- Etichetta:
- Argonauta Records
Riassumere in poche righe la genesi dei Burn The Ocean sarebbe impresa non banale, quindi basti sapere che la band si forma nel 2014 dalle ceneri di gruppi già affermati nella scena ligure (Nerve, 2Novembre, Ritual of Rebirth) registrando il debutto “Come Clean”, di cui questo “Modern Ruins” (nato durante il Covid e registrato con una nuova sezione ritmica) è il diretto successore.
Passando all’aspetto sonoro, possiamo dire che i quattro abbracciano uno spettro che va dall’alternative/grunge degli anni Novanta fino al post-grunge/rock/metal dei giorni nostri, in un caleidoscopio che parte dai grandi nomi del Seattle sound (Soundgarden e Pearl Jam in primis, oltre ai californiani Stone Temple Pilots) per arrivare a nomi più recenti come Seether o Foo Fighters. La doppietta iniziale, composta da “Almost Gone” e “Precious Thing”, è un buon biglietto da visita ma forse fin troppo radio friendly; per chi scrive il primo colpo del KO arriva infatti con le successive “Knives” e “Confined”, in cui possiamo apprezzare appieno il piglio moderno della prima (con quel basso quasi nu-metal) e le chitarre a briglia sciolta della seconda. Il riffing più blueseggiante di “Plastic Wisdom” e “The Botch” pone la parte centrale della tracklist idealmente a metà tra i capostipiti del genere e i più recenti Black Stone Cherry, mentre la ballad di staindiana memoria “Morning Light” conferma che Fabio Palombi ed Emanuele ‘Shuster’ Pecollo, qui alternati dietro al microfono, hanno un grande cuore oltre che bicipiti allenati (ed hanno consumato all’epoca i dischi “MTV Unplugged”). Menzione a parte per la rocciosa strumentale “This Ruins”, dove i quattro strumentisti giocano a rincorrersi tra ritmiche hard rock e metal, preludio alla chiusura più ‘cattiva’ (forse anche troppo, complice qualche fugace forzatura a livello vocale) con “Necessary Pain”.
L’originalità non sarà il loro principale punto di forza, ma nel solco di un genere (il post-grunge) che da trent’anni vive di rendita rispetto ai padri fondatori i Burn The Ocean dimostrano di poter tranquillamente dire la loro, forti di un’esperienza ventennale e di una cura maniacale sotto tutti gli aspetti, dal riffing agli arrangiamenti passando per gli incastri vocali e la produzione.
