8.5
- Band: BUSH
- Durata: 00:52:38
- Disponibile dal: 01/11/1994
- Etichetta:
- Interscope Records
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La tragica scomparsa di Kurt Cobain nell’aprile del 1994, oltre ad accrescere a dismisura il suo mito, lascia in tutto il mondo milioni di orfani del loro idolo, mentre le etichette discografiche sono alla disperata ricerca di un nuovo fenomeno generazionale che raccolga il posto vacante dei Nirvana. Curiosamente, uno degli eredi più accreditati arriva non da Seattle né dagli Stati Uniti ma dalla cara vecchia Inghilterra, terra natale dei Bush: nati all’inizio anni Novanta con il moniker di Future Primitive, i quattro vengono messi sotto contratto nel 1993 dalla Hollywood Records (etichetta di proprietà della Disney), ma la morte del presidente della casa di Topolino rivoluziona gli assetti societari, lasciando la band londinese in naftalina fino alla fine del 1994, quando la Interscope rileva i master e lancia “Sixteen Stone” sul mercato.
Introdotto da una copertina a dir poco anonima e da un titolo dalla genesi ridicola – riferito ad un amico di Rossdale, che avrebbe telefonato ad una sedicente svedese per un’uscita, salvo poi trovarsi di fronte ad una donna di cento chili pari appunto a ‘sixteen stone’ – l’opera prima dei Bush dal punto di vista musicale non scherza per nulla, deflagrando con la miccia corta di “Everything Zen”: una traccia d’apertura divenuta la signature song di Rossdale e soci grazie ad un testo iconico – celebre la frase “Minnie Mouse has grown up a cow, Dave’s on sale again” che riprende un verso quasi identico presente in “Life On Mars” di Bowie – e ai frequenti passaggi di MTV, anche se il successo iniziale negli USA è riconducibile all’emittente radiofonica KROQ che per prima passò la canzone.
Altrettanto clamoroso il successo riscosso oltreoceano della semi-ballad “Comedown” e dall’ancora più zuccherosa “Glycerine”, ispirate entrambe ad ex fidanzate del frontman ed entrate di prepotenza nelle rock charts di Billboard, ma sarebbe riduttivo liquidare il disco come una manciata di singoli, per quanto di successo.
“Swim”, “Bomb” e “Little Things” sono probabilmente quanto di più vicino ai Nirvana si potesse sentire all’epoca (l’ultima, in particolare, è la sorella minore di “Smells Like Teen Spirit”), ma nonostante le palesi similitudini riescono a brillare di luce propria riflettendosi in modelli ancora più datati (dai Pixies ai Jane’s Addiction), mentre nel lato B ci si sposta da Seattle con l’alternative rock di “Machinehead”, l’inno anti-machista “Testosterone” , le contaminazioni funky di “Monkey” o i chiaroscuri Corganiani di “Alien” (tralasciamo volutamente il divertissement a là Ramones di “X-Girlfriend”).
Poco considerati in madrepatria – siamo pur sempre negli anni d’oro del Brit pop e della Cool Britannia – i Bush arriveranno a conquistare sei dischi di platino negli Stati Uniti, dando di fatto inizio, insieme agli australiani Silverchair, al cosiddetto post-grunge che farà la fortuna di altre band negli anni a venire (Creed e Nickelback per citare i più famosi, ma la lista sarebbe pressoché infinita), mentre loro stessi evolveranno in una direzione più elettronica fino agli inizi degli anni Duemila, per poi scomparire e ritornare qualche anno dopo con il solo Rossdale alla guida.
Comunque la si voglia vedere – avvoltoi, emulatori o portatori del testimone – “Sixteen Stone” resta tuttora uno dei dischi manifesto degli anni Novanta, da riscoprire senza i preconcetti dell’epoca.
