6.0
- Band: BYGONE
- Durata: 00:42:34
- Disponibile dal: 12/12/2025
- Etichetta:
- Svart Records
Nati dall’unione di un manipolo di musicisti underground dell’area di Boston, i Bygone arrivano al debutto con un album eponimo pubblicato da Svart Records. Ascrivibili alla folta corrente di giovani band dedite al recupero delle sonorità vintage del passato, questi artisti si distinguono non tanto per l’approccio, che ormai conosciamo bene, quanto piuttosto per la scelta delle proprie radici: laddove spesso abbiamo una predominanza di tutto ciò che è stato l’hard rock di scuola europea, in questo caso le origini statunitensi della band riescono a dare un taglio diverso alle composizioni.
Se è vero, infatti, che è possibilissimo ricondurre una parte del sound dei Bygone a formazioni britanniche come Uriah Heep e UFO, è interessante vedere emergere anche sonorità provenienti dall’altra parte dell’Oceano. La più evidente è quella dei Blue Oyster Cult, da cui la band prende un certo gusto per le atmosfere sci-fi – enfatizzate da un uso intelligente delle tastiere – e un gusto sinistro per le melodie, ma potremmo citare anche i Kiss, che invece fanno capolino soprattutto nella vocalità di James Kirn, che ci è parsa una versione più ruvida e metallica di Paul Stanley.
Tutto bene, dunque, nelle premesse, ma dobbiamo ammettere che, invece, la realizzazione non sembra essere altrettanto efficace, a causa di una scrittura tutto sommato poco avvincente. I Bygone costruiscono canzoni piuttosto lunghe, che indugiano spesso intorno ai sette minuti di durata, in cui però la costruzione e la progressione melodica sembrano essere ancora acerbe. Le chitarre risultano poco incisive, orientate sempre su soluzioni semplici e basilari, un difetto che possiamo riscontrare anche nelle linee vocali, talvolta monotone e ripetitive (come in “Into The Gleam”, particolarmente esemplificativa da questo punto di vista).
Le occasioni in cui la band riesce a funzionare meglio sono invece quelle in cui la semplicità e l’immediatezza vengono messe al servizio di melodie convincenti, classicissime, sì, ma capaci di valorizzare al meglio le atmosfere cosmiche e le trame delle tastiere, come nel caso di “The Last Horses Of Avalon”, l’episodio migliore del disco per distacco.
“Bygone”, in definitiva, sembra essere più un punto di partenza su cui costruire che non un debutto sfolgorante. Ci sono però delle buone premesse e, sebbene non ancora sfruttate al meglio, restano evidenti le potenzialità di una formazione che potrebbe dire qualcosa di fresco nel panorama affollatissimo a cui fanno riferimento. Diamo loro il tempo di crescere e vedremo se tutto ciò si concretizzerà con il prossimo album.
