9.0
- Band: CANDIRIA
- Durata: 01:03:23
- Disponibile dal: 30/04/2001
- Etichetta:
- Century Media Records
Nella storia della mitologia è facile imbattersi spesso in figure enigmatiche, che spesso e volentieri utilizzano trucchi come il travestimento, se non addirittura la capacità di cambiare forma. Da Proteo a Loki, passando per i kitsune giapponesi e i jinn della cultura islamica, la capacità di mutare il proprio aspetto è sempre stata una costante della narrativa umana, influenzante anche la letteratura antica e quella moderna con, rispettivamente, Ovidio e Kafka, fino ad arrivare alle arti figurative e musicali.
Esempi ben noti di tale tendenza proteiforme nella cultura rock, quali i deliri di Mike Patton, le costanti trasmutazioni di David Bowie e degli Ulver — probabilmente la band che più si avvicina alla figura di Loki nella sua ambiguità liminale —, fino alla completa anomalia evolutiva e surrealista dell’ultimo Scott Walker, si possono riscontrare in un percorso che si snoda attraverso tutta la loro carriera; ma esistono sparute realtà che riescono a condensare questa schizofrenia in un linguaggio sonoro personale senza dover per forza cambiare pelle ad ogni uscita.
I Candiria, band nata dal sottobosco della seconda ondata dell’hardcore newyorkese, rappresentano alla perfezione questo multipolarismo artistico che, nella sua ecletticità di stampo zappiano, tende a disorientare e mettere alla prova chiunque si avvicini — spesso e volentieri all’interno del singolo brano —, nel quale si viene rimbalzati attraverso un amalgama di jazz, hip hop e quei tecnicismi metal e hardcore tipici del periodo tra i Novanta e i Duemila, periodo che ha visto esplodere colossi come Dillinger Escape Plan, Converge e Botch.
La musica dei Candiria, diversamente dai succitati gruppi, ha dalla sua un’eleganza e una rigorosità unica, figlia degli ambienti jazz, che tende a stemperare quell’urgenza anarchica che troviamo in dischi come “Jane Doe” o “We Are The Romans”, riportando tutto sui binari di un groove fuori dal comune dettato dalla coppia ritmica formata da Michael MacIvor (già con Merauder) e dal polistrumentista Kenneth Schalk, che, oltre alla batteria, suona anche tastiere e tromba. Quest’ultimo, in particolare, è protagonista di ritmiche dotate di un’eleganza rara per il genere, utile ad impreziosire il tutto anche nelle parti in cui il metal sparisce e si inseriscono prepotenti innesti di scuola hip hop o quelli jazz a tutto tondo, con tanto di fiati.
“Constant Velocity Is As Natural As Being At Rest”, in tal senso, è forse il brano che più rappresenta i Candiria all’interno di una comfort zone inarrivabile per chiunque altro, concentrando in meno di cinque minuti più idee ed influenze che in molti album progressive, facendo sembrare l’enorme densità di partiture e cambi umorali qualcosa di naturale e semplice. Altra faccia della stessa medaglia è “Without Water”, brano che si divide tra parti hip hop micidiali — tutto suonato, senza alcun intervento di beat campionati — a rigidità e costrutti ritmici che si avvicinano a certi Meshuggah, per concludersi con il mix perfetto tra le due anime, con tanto di didgeridoo in sottofondo e una prova del cantante Carley Coma degna del miglior Patton.
Anche quando sembra che si vada verso qualcosa di caotico, come nell’apertura free di “Signs Of Discontent”, il senso di pieno controllo è sempre presente ed ogni tassello del puzzle si incastra col resto come in un castello le cui stanze cambiano forma a ogni porta che si apre: jazz, hardcore, hip-hop, poliritmie che non portano mai a una destinazione definitiva, solo a un’altra soglia.
Il prezioso lavoro in studio di Michael Barile, poi, è minimo, consentendo al reale suono della band di esprimersi senza grossi interventi produttivi, evidenziando la bravura tecnica e lasciando grande spazio tra ogni strumento, in maniera molto simile, per certi versi, a quello fatto da Rick Rubin con gli Slayer. Un risultato che suona tutt’oggi fresco e moderno e non risente per nulla del peso dei suoi vent’anni.
“300 Percent Density” è un disco che vive di un’atmosfera unica e mutevole, dove la routine e le fumosità di una metropoli come New York e la sua cultura di strada vibrano nel rap minimale e totale di “Words From the Lexicon”, un vero e proprio cypher (momento in cui un gruppo di rapper si riunisce in cerchio e improvvisa versi a turno, uno dopo l’altro, su un beat spesso strumentale) che solo tramite i Candiria può suonare così perfettamente integrato col resto. Oppure la claustrofobia inquietante di “Channeling Elements”, il senso di urgenza dei quartieri finanziari nella traccia che dà il titolo al disco, o la marimba zappiana che illumina e riscalda i monolitici passaggi di “The Obvious Destination”.
Un discorso a parte va fatto per “Contents Under Pressure”, il brano più maturo stilisticamente, e che si sviluppa come una sorta di ponte tra scrittura e improvvisazione, lambendo complessità figlie della fusion aliena di Holdsworth. Il cerchio si chiude con i ventuno minuti di “Opposing Meter” divisi tra musica elettronica e una lunghissima jam dalle atmosfere ambient ed aliene, giusto per confondere ulteriormente l’ascoltatore e lasciarlo da solo con i rumori ambientali di una città che poco si cura dei propri abitanti.
Ascoltare “300 Percent Density” è un’esperienza kafkiana nel senso più letterale: come Gregor Samsa che si sveglia in un corpo che non riconosce più, ogni brano si risveglia in un genere diverso da quello in cui si era addormentato: jazz che diventa hardcore, hip-hop che collassa in metal, senza mai una spiegazione, senza un prima e un dopo, attraverso un grande flusso di coscienza alimentato dalla schizofrenia urbana.
