7.5
- Band: CARVED
- Durata: 01:03:34
- Disponibile dal: 28/10/2016
- Etichetta:
- Revalve Records
- Distributore: Masterpiece
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La maggior parte dei generi musicali che hanno beneficiato di un exploit deflagrante, per continuare ad esistere e ad alimentare le braci che tengono viva la fiamma, necessitano di fare un passaggio oltre, contaminandosi, rischiando, sbagliando, molto spesso, ma sempre senza sedersi sugli allori del passato. Il rischio, altrimenti, è quello di fare della filologia o una rievocazione storica, che spesso ha anche il suo fascino, ma suona sempre irrimediabilmente nostalgica. Il death metal melodico ha vissuto negli ultimi decenni questa evoluzione e il tipico sound di Göteborg non è più l’unico modo di intendere questo genere musicale. Ce lo dimostrano ancora una volta i Carved, formazione ligure che aveva già raccolto amplissimi consensi con il suo album di debutto, “Dies Irae”, e che torna oggi ad imporsi con il nuovo “Kyrie Eleison”. La band, infatti, pur partendo dal melodic death, amplia poi il suo campo d’azione, sia da un punto di vista prettamente musicale che espressivo. Da una parte, infatti, il gruppo sceglie di enfatizzare una componente sinfonica di alta qualità, che ricorda la grandeur dei Dimmu Borgir, privandola della superba pacchianeria che ogni tanto assale i colleghi norvegesi e giocando, invece, sull’atmosfera più malinconica e romantica figlia della scuola gotica. Non a caso i Carved non hanno la presunzione di voler fare tutto da soli e decidono di farsi aiutare, dove serve, con le orchestrazioni di un musicista di estrazione classica, Marco Mantovani, e con l’apporto del violino di Federico Mecozzi, già collaboratore di Ludovico Einaudi. Le composizioni sono tutte di buon livello, a partire da “Malice Striker” o “Swamp”, che rappresentano ottimamente lo stile del gruppo, ma la band sa anche variegare la scrittura, sottolineando talvolta il suo lato più malinconico, dando spazio alla voce pulita di Cristian Guzzon, come accade in “Lilith”, oppure in “Heart Of Gaia”, che inizia sorretta dal pianoforte e l’orchestra, per poi esplodere in un vibrante crescendo elettrico che al sottoscritto ha ricordato un po’ certe ballate prog dei Dream Theater. Molto interessante, infine, anche “Faith”, pezzo semi-strumentale dove si intrecciano arpeggi di chitarra e pianoforte, che si sommano a tappeti di tastiere, riff elettrici fino al tripudio di archi e alla conclusione cantata. Certamente c’è ancora qualche aspetto su cui migliorare: qualche brano un po’ sopra le righe c’è, come “The Dividing Line”, e i sessantacinque minuti di durata sono forse un po’ eccessivi per essere goduti pienamente senza cali o momenti di stanchezza. Nonostante questo piccolo appunto, ci troviamo di fronte ad un gradito ritorno, un album solido e convincente che ci presenta una band che ha tutte le carte in regola per imporsi anche a livello internazionale.
