8.0
- Band: CATHARSIS
- Durata: 00:30:37
- Disponibile dal: 01/08/2025
- Etichetta:
- CrimethInc.
- Refuse Records
Ci sono dischi che arrivano puntuali, persino prevedibili. E poi ci sono ritorni come questo, che appaiono dal nulla e spostano qualcosa, anche senza il clamore di un tempo. “Hope Against Hope” è il primo album dei Catharsis da “Passion” (1999), ma non è solo un nuovo capitolo: è un documento sul tempo che passa, su ciò che resta e su come si può tornare a dire qualcosa dopo aver taciuto per più di vent’anni.
Il gruppo del North Carolina, riemerso negli ultimi anni con date selezionate tra Europa e Stati Uniti, sembrava destinato a restare confinato nel culto, vivo solo attraverso dischi divenuti pietra angolare dell’hardcore più pesante e politicizzato: “Samsara”, con il suo impasto tra il Cleveland sound di Integrity e Ringworm e l’anarcho-crust di marca Amebix; “Passion”, più cupo e dilatato, attraversato da un pathos quasi liturgico, già segnato dalla lezione dei Neurosis di metà anni ’90. Che esistesse ancora un linguaggio possibile dopo quei dischi, e che i Catharsis decidessero di rompere gli indugi ed entrare in studio per registrare un altro lavoro, sembrava ipotesi remota.
E invece “Hope Against Hope” esiste. Non è un tentativo di aggiornarsi o inseguire epigoni – semmai, li richiama all’ordine. Il suono è ruvido e misurato, profondamente coerente con l’identità finale assunta dalla band. I pezzi più brevi sono affilati e funzionali, ma è nelle composizioni più articolate che il disco si assesta con naturalezza nel solco della sua eredità.
“Gone to Croatan” e “Power” si muovono tra disagio e rituale, evocando non tanto il post-hardcore/metal come lo si intende oggi, quanto un’idea di hardcore che ha fatto i conti con la fine delle illusioni. “Eremocene”, per struttura, ispirazione e intensità, è forse la vetta del disco: un brano che trasforma l’ansia geologica e la coscienza del collasso in qualcosa di lirico e implacabile, come se i Catharsis avessero trovato un modo per cantare l’estinzione senza rassegnarsi. “Embers”, infine, è tutto quello che il titolo promette: cenere che brucia ancora, eco più che finale.
Il mixaggio di Kurt Ballou e il mastering di Scott Crouse restituiscono un suono rotondo, vivido, senza pasticci: una produzione che amplifica la sostanza senza mai sovrapporsi al contenuto. Si percepisce, in filigrana, quanto i Catharsis abbiano inciso sulle generazioni successive – dai Fall Of Efrafa agli Oathbreaker, dai Tempest a Full Of Hell – ma “Hope Against Hope” non si perde in grandi autocitazioni. È un disco che conosce il proprio peso e sceglie la sobrietà come forma di rigore.
Più che una rinascita, “Hope Against Hope” è una rivendicazione: la scelta di esserci ancora, a distanza di una generazione, con gli stessi principi ma con una consapevolezza diversa. Non è un disco che tenta di riaccendere il passato, né un ritorno costruito sull’autocompiacimento. È un gesto misurato, radicale proprio perché sobrio.
In un’epoca in cui l’urgenza politica nell’hardcore viene spesso digerita e risputata come estetica o come codice formale, i Catharsis rifiutano la retorica e si riappropriano di una postura che ha sempre rifiutato le scorciatoie: quella dell’impegno come scelta di lungo corso, dell’arte come forma di responsabilità.
Anche il titolo, “Hope Against Hope”, parla chiaro: non c’è nessuna illusione consolatoria, nessun ottimismo di maniera. Sperare contro ogni speranza significa proprio questo: affermare la propria presenza nonostante tutto, nonostante il tempo, nonostante l’irrilevanza commerciale, nonostante l’idea diffusa che certi dischi – certi linguaggi – appartengano ormai a un’altra epoca.
Eppure, a forza di negazioni, si apre un varco: l’album prende posizione non con slogan o proclami, ma con il tono grave, sofferto, lucido di chi ha visto abbastanza da sapere che l’unica alternativa al silenzio è il gesto ostinato del continuare.
In questo senso, “Hope Against Hope” è un album necessario, proprio perché non era atteso. Un lavoro che non rincorre i suoi eredi, ma ricorda loro da dove tutto è partito. Non un’operazione nostalgica, ma un atto di fedeltà a se stessi. I Catharsis non cercano applausi: tornano a parlare solo perché hanno qualcosa da dire. E questa, oggi più che mai, è una rarità.
