6.0
- Band: CENTINEX
- Durata: 00:32:49
- Disponibile dal: 21/11/2014
- Etichetta:
- Agonia Records
- Distributore: Masterpiece
Volendo essere un filo maliziosi, si potrebbe affermare che i cambi stilistici nella carriera dei Centinex hanno quasi sempre avuto luogo in concomitanza con l’arrivo di una nuova moda nella scena estrema. Agli esordi, nei primissimi anni Novanta, i Nostri facevano inequivocabilmente parte della scena death metal svedese. Poi, qualche anno più tardi, il sound ha iniziato a inglobare influenze black, sull’onda dell’esplosione di gruppi come Dissection e Naglfar. Quindi, poco dopo il 2000, il gruppo ha virato su un thrash-death più fresco e al passo coi tempi in odore di Darkane. Oggi, rientrati in seguito ad una pausa durata otto anni (in cui il leader Martin Schulman si è soprattutto dedicato ai Demonical), i Centinex, guarda caso, tornano a proporre death metal, inserendosi in pieno in una scena che, dopo un periodo di stallo, è tornata ad essere notevolmente seguita. Bisogna ammettere che tutte queste trasformazioni di rado hanno dato vita ad opere scadenti – chi scrive è il primo ad apprezzare tanto un “Subconscious Lobotomy” quanto un “Hellbrigade” o un “Decadence” – tuttavia questa è forse la prima volta in cui la band non riesce a convincere granchè. “Redeeming Filth” si presenta come un death metal album piuttosto modesto, che parte dal tipico suono svedese di due decenni fa per poi annettere delle insolite influenze americane, fra Massacre e, soprattutto, Six Feet Under. “Moist Purple Skin”, “Rotting Below” e “Eyes Socked Empty”, ad esempio, suonano in tutto come dei brani del repertorio di Chris Barnes, in particolare del periodo “Maximum Violence”. Le canzoni ruotano attorno a pochi riff e a sequenze molto lineari, dando discrete garanzie sulla resa live (le abbiamo già ascoltate all’ultimo Kill-Town Death Fest), ma risultando ben presto povere e poco longeve quando assaporate su disco. D’altra parte, il lavoro di chitarra è lungi dall’essere clamoroso: la tracklist non si fa certamente odiare, ma, oltre a quelle succitate – che in verità restano in mente più per la vicinanza a suoni made in USA che per l’effettivo valore della proposta – nessuna canzone possiede quel quid che la porti ad elevarsi tra i migliori episodi della carriera del gruppo. “Redeeming Filth”, una traccia dopo l’altra, non fa altro che confermarsi ripetutamente un normalissimo disco di genere: il cosiddetto platter senza infamia e senza lode, che si lascia ascoltare, ma che, alla fine dei conti, regala pochino. Purtroppo niente a che vedere con quello che le altre band di questi musicisti – dai Demonical agli Interment, passando per gli October Tide – ci hanno offerto negli ultimi tempi. Forse sarebbe stato meglio restare a riposo.
