7.5
- Band: CEREMONIAL BLOODBATH
- Durata: 00:40:21
- Disponibile dal: 17/11/2023
- Etichetta:
- Sentient Ruin
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A tre anni dall’esordio “The Tides of Blood”, e con alcuni membri della line-up nel frattempo impegnati sul fronte Grave Infestation (visti di recente al Kill-Town Death Fest e autori del buon “Persecution of the Living”), i canadesi Ceremonial Bloodbath rispolverano borchie e cartuccere per accrescere ulteriormente le loro quotazioni all’interno del circuito black/death più bestiale e oltranzista. Un intento che il quartetto della British Columbia, nonostante l’indole di una proposta a dir poco ‘no compromise’ e sconsigliata ai deboli di cuore, porta avanti con scrupolosa metodicità, quasi si trattasse di un piano di guerra atto a non lasciare l’offensiva al caso, e che i quaranta minuti di “Genesis of Malignant Entropy” finiscono per centrare in una detonazione radioattiva che sa di salto di qualità dal punto di vista espressivo.
Licenziato ancora una volta da Sentient Ruin Laboratories, il disco si muove sì da quella massa amorfa e assordante che è il war metal dei connazionali Conqueror e Blasphemy, eterni punti di riferimento di un certo modo di intendere la materia, ma al contempo non intende appiattire il proprio contenuto su un suono in cui registrazioni amatoriali e scariche incessanti di riff e blast-beat servono più che altro a mascherare degli evidenti limiti tecnico-compositivi, alla maniera di vari esponenti del catalogo Nuclear War Now! o Iron Bonehead.
La produzione, in primis, per quanto crudissima, consente di udire tutto ciò che il gruppo nordamericano ha confezionato per l’occasione, a riprova di una ricerca del Caos che non può prescindere dall’effettivo operato del comparto strumentale; poi, ovviamente, arriva il songwriting, il cui sviluppo frastagliato riserva più di una trovata interessante in grado di mutare l’andamento di un pezzo e di rilanciarne le aspirazioni distruttive, ora giocando sull’elemento ritmico, ora su quello chitarristico.
Racchiusa da un’intro e da un’outro di stampo ambient/noise, la tracklist è insomma molto meno ‘dritta’ e uniforme di quanto si potrebbe pensare inizialmente, e nell’operazione di incastro/disassemblaggio di spunti di cui si fa portavoce – fra black, death, goregrind e thrash estremo – riporta subito alla mente quel mix di barbarie e intraprendenza assaporato nelle opere più o meno recenti di Heresiarch, Pissgrave e Profane Order; un’aggressione rutilante, psicotica, eppure anche in grado di aprirsi a qualche stralcio di melodia (deviata) e di riscoprire, nel momento più opportuno, un incedere tipicamente anni Novanta (Bolt Thrower, in questo caso), utile a snellire le trame e chiamare un po’ di headbanging.
Il risultato è un album ostinato e ferocissimo, incapace di comprendere il significato del termine ‘resa’; un album che, nell’ecosistema esasperato del suo filone di appartenenza, va senza dubbio ascritto ai lavori dell’anno.
