CH’AHOM – Covered in the Priests Black Shit

Pubblicato il 23/11/2025 da
voto
7.0
  • Band: CH'AHOM
  • Durata: 00:14:59
  • Disponibile dal: 11/09/2025
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Con un titolo che sembra già da solo un manifesto di intenti, “Covered in the Priests Black Shit” segna il ritorno dei tedeschi Ch’ahom in un territorio più ruvido, diretto e immediatamente ostile. Se il debutto “Knots of Abhorrence” puntava su un’estetica quasi progressiva – brani lunghi, strutture tentacolari, un’attitudine esplorativa che, pur senza tradire la matrice estrema, lasciava emergere un gusto per la dilatazione e per l’inaspettato – questo nuovo EP ribalta quasi completamente la prospettiva. Quindici minuti scarsi in cui il quartetto riduce la distanza tra idea e impatto, rinunciando a derive più ariose in favore di un’urgenza che sfocia nel war metal più abrasivo.

È un lavoro che, fin dalle prime note, mette subito in chiaro le proprie intenzioni: niente peregrinazioni atmosferiche, niente costruzioni elaborate, solo una serie di attacchi frontali sorretti da riff e da un drumming compulsivi. L’impianto sonoro è volutamente caustico, compresso quel tanto che basta per far emergere l’aggressività senza cadere in una poltiglia indistinta. I Ch’ahom scelgono una via di mezzo intelligente: suonano feroci, ma non sacrificano completamente la leggibilità degli arrangiamenti. Lo si avverte soprattutto nei continui cambi di tempo, ben innestati ma mai stucchevoli, che danno all’EP una dinamica interna più varia di quanto la sua veste essenziale e aggressiva lasci presupporre.

Rimane, almeno in superficie, il concept mesoamericano che già impregna l’immaginario della band: titoli come “Tlacaxipehualiztli” e “Raid of the Tzizimime” richiamano ritualità sanguinose, ma si tratta di riferimenti che vivono quasi esclusivamente nelle parole, più che nella musica. Non c’è, infatti, una particolare ricerca timbrica o ritmica che richiami esplicitamente quell’universo culturale; nessuna percussione indigena, nessun pattern evocativo, nessun tentativo di fondere tradizioni musicali diverse. In questa specifica circostanza, i Ch’ahom non sembrano voler ‘descrivere’ nulla: usano quelle immagini come un contesto mentale, un orizzonte simbolico entro cui incastonare la loro carica distruttiva. La musica, in questo caso, è pura frizione, puro assalto. E proprio questa nudità espressiva è parte del fascino dell’EP si percepisce una band sicura di sé, che questa volta non ha bisogno di stratificare o di costruire sovrastrutture per dimostrare maturità compositiva. Anche quando emergono brevi passaggi più atmosferici – piccoli interstizi ambientali che fungono da respiro prima dell’ennesima stoccata – servono più da contraltare funzionale che non da tentativo di espansione del linguaggio. Quello che conta, qui, sono i riff: martellanti, sostenuti da un groove blasfemo che non concede tregua. E funzionano. Funzionano perché sono cesellati con una naturalezza che la band sembra padroneggiare senza sforzo.

La brevità complessiva giova non poco all’impatto generale: in un quarto d’ora, l’EP mantiene una tensione costante senza fragilità né momenti di stanca, e soprattutto senza eccedere in autoindulgenza. È un lavoro che non pretende di ridefinire nulla, né di aggiungere un tassello particolarmente innovativo a questo particolare filone del metal estremo. Ma offre esattamente ciò che promette: un concentrato di causticità eseguito con competenza e misura, un’espressione compatta di furia rituale priva di filtri superflui. Non è un’opera particolarmente caratteristica, né vuole esserlo. Ma ci sono i riff, e sono buoni. Per questa volta basta e avanza.

TRACKLIST

  1. Tlacaxipehualiztli
  2. Beheading Subterfuge
  3. Huracán
  4. Raid of the Tzizimime
  5. Centzon Totochtin
  6. Priest of Lik'in
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