CHALICE – Divine Spear

Pubblicato il 17/02/2026 da
voto
8.0
  • Band: CHALICE
  • Durata: 00:48:23
  • Disponibile dal: 27/02/2026
  • Etichetta:
  • Dying Victims Productions

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Il nuovo lavoro dei finlandesi Chalice è un disco immersivo ed emozionale come pochi: i nostri tornano sulla scena dopo sei anni di silenzio con un prodotto per palati fini e ben educati, dal titolo “Divine Spear”. Un viaggio nel passato che riesce a far rivivere le sensazioni tipiche del leggendario passaggio tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, ovvero il più creativo momento di transizione tra le sonorità hard rock/progressive e i primordi della nuova ondata heavy metal (britannica e non solo).
Dunque, un album a esclusivo uso e consumo di vegliardi metallari a cavallo tra la mezza e la terza età? In parte è sicuramente così, perché i più in là con gli anni si sentiranno pienamente coinvolti in questo viaggio epico e allo stesso tempo cupo di quasi un’ora, ma in realtà “Divine Spear” è molto più di un semplice clone di antiche sonorità e anche le nuove leve potranno apprezzare l’aura magica di questo piccolo gioiello appartenente alla new wave of traditional heavy metal.

La band è attiva dal 2016 e fa parte della scuderia della label tedesca Dying Victims Productions, che li ha messi sotto contratto dopo un primo demo autoprodotto nel 2017. A seguire, sono usciti l’EP “Silver Cloak” del 2019 e l’album di debutto “Trembling Crown” del 2020.
Il quartetto è composto da musicisti ben inseriti nella scena underground di Helsinki, tutti impegnati in vari progetti non particolarmente noti, che spaziano dal doom fino al black e al death metal. In questa pletora di band di seconda fascia di cui fanno parte i membri dei Chalice non possono però passare inosservati i Ranger, formazione dedita a un viscerale speed metal old-school, in cui hanno militato i due chitarristi Mikael Cristian Haavisto e Verneri Benjamin Pouttu.
Il progetto Chalice non si basa però su estremismi o suoni ruvidi, prediligendo una raffinata forma di heavy metal primigenio, caratterizzato da una marcata impronta melodica e da ricercati richiami all’hard rock degli anni Settanta, oltre a chiari legami con sottogeneri più di nicchia come l’occult rock e il progressive folk.
Nel suo complesso, l’opera è modellata attraverso una sapiente maestria compositiva e una pregevole padronanza degli strumenti, due fattori in stretta relazione tra loro nel creare un’identità unica di musica e concept capace di esaltare un’atmosfera narrativa pervasa da un retaggio esoterico e spirituale tipicamente finnico – quindi: senso di isolamento, malinconia e solitudine.

Dopo la suggestiva introduzione strumentale di “Mare Imbrium”, i tre minuti di “Dwell Of A Stellar Trance” sono una cavalcata di heavy metal melodico e raffinato di scuola Angel Witch e di ottima fattura, in cui le gelide trame di chitarra danno vita a un rincorrersi continuo di riff e assoli, sorretti da una batteria dinamica e galoppante dallo stile vagamente power metal; un brano solenne, in cui è la voce di Pouttu a primeggiare, qui in una versione passionale e incisiva a metà strada tra Kevin Heybourne e Jack Rucker dei Warlord.
I sei minuti di “Hollow Curtain” aprono una nuova porta del castello eretto dai Chalice e questa volta ci si orienta verso una traversata tra l’onirico e l’epico, dominata da un tempo cadenzato e da un intreccio di chitarre dal sapore gotico e romantico, il tutto perfettamente in armonia con l’enfasi delle linee vocali. Eccellente anche qui il lavoro delle sei corde, con i duetti degli assoli che dilatano la drammaticità del testo, incentrato su ancestrali rituali notturni, fatalismo e sofferenza, in piena connessione con la durezza della natura nordica.
Cambia di nuovo tutto con “The Pact”, che, partendo da un tetro arpeggio portante, si va poi a sviluppare in un midtempo hard’n’heavy che mette insieme i tratti tipici di nomi come Saxon e Demon, con l’aggiunta nella parte centrale di un evocativo passaggio di tastiera fortemente ispirato ai Saracen di “Heroes, Saints & Fools”, mentre l’incidere della voce richiama ora le tonalità nordico/pagane degli svedesi Heavy Load.
Un senso di cerimonialità e magniloquenza emerge invece dagli otto minuti di “Age Ethereal”, il pezzo più epico dell’album, che alterna passaggi più introspettivi a una marcia di puro heavy metal e rallentamenti tendenti a una sorta di gothic/doom, per poi esplodere in un finale a velocità più sostenute.
Qui spiccano lo studio e l’organizzazione che stanno dietro alle linee vocali, impreziosite da intermezzi corali e dall’inserimento di un soggetto narrante profondo e magnetico; una scelta, quest’ultima, che ricorda la collaborazione tra i Manowar e Orson Welles per i pezzi “Dark Avenger” e “Defender”.

La title-track segue le linee guida dell’heavy metal londinese di inizio anni Ottanta, grazie a un’impalcatura chitarristica molto vicina ai primissimi Iron Maiden, che viene adornata nella parte centrale da un’elegante orditura di virtuosismi in stile Rush.
“Empyrean Liturgy” mischia radicalmente le carte in tavola, virando verso territori vicini al progressive a tinte acid folk e occult rock, in cui Black Widow, Jethro Tull e Comus si fondono in un tutt’uno, attraverso una sorta di rituale dionisiaco costruito su un’ossatura tradizionale di chitarra, voce e percussioni, con l’aggiunta di un ipnotico flauto dal carattere sciamanico.
Con “In From The Cold” torniamo invece a una cavalcata simile alla prima traccia, miscelando le regole della NWOBHM con il lato più melodico del power e l’epic trainato dal basso alla Brocas Helm. Il lavoro si chiude ancora una volta all’insegna dell’epicità e della melodia con i sei minuti acustici di “Alioth”, che, attraversando uno schema ritmico lento e tendente al doom, riescono a evocare immagini esoteriche e paesaggi sonori lontani, sulla scia di un pezzo leggendario come “Venusian Sea” dei Manilla Road.

Nota di merito anche alla copertina, dominata da tonalità fredde e tipicamente invernali, che richiamano i colori del capolavoro “Snow Giants” di Frank Frazetta, opera di ispirazione howardiana utilizzata nel 1972 dal gruppo hard rock Dust per il loro album “Hard Attack”. L’artwork dei Chalice con il tristo mietitore in primo piano è però improntato su una rigida e severa staticità, che si oppone al dinamismo dei guerrieri di Frazetta.
L’atmosfera cupa trasmette un senso di drammaticità e desolazione tipico dei più spettrali e ostili territori nordici, a cui si aggiunge l’immagine del corvo in volo come presagio di morte e sventura, riportandoci alla mente scenari simili (in contesti parzialmente diversi), come per esempio “Hvis Lyset Tar Oss” di Burzum.

“Divine Spear” è un disco ambizioso, composto ed eseguito in maniera impeccabile: un’opera da non sottovalutare, soprattutto per chi vuole rivivere l’eredità dei gloriosi anni Settanta e Ottanta, grazie a un heavy metal dal sapore vintage, arricchito però da una cornice più rifinita e attuale a livello di produzione.
I Chalice prendono il meglio di più mondi e stili, andando a dare forma a una creatura unica nel suo genere, che ha la capacità di stregare l’ascoltatore, facendolo viaggiare nel tempo.

TRACKLIST

  1. Mare Imbrium
  2. Dwell Of A Stellar Trance
  3. Hollow Curtain
  4. The Pact
  5. Age Ethereal
  6. Divine Spear
  7. Empyrean Liturgy
  8. In from the Cold
  9. Alioth
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