8.0
- Band: CHALLENGER
- Durata: 00:43:03
- Disponibile dal: 25/10/2024
- Etichetta:
- Dying Victims Productions
Prima di oggi, l’unica uscita da parte degli sloveni Challenger era l’EP “Turned to Dust”, di ormai cinque anni fa; un periodo che ha permesso a questa nuovissima formazione di carburare, fino ad arrivare al momento della loro prima release completa, resa possibile anche grazie all’impegno da parte della sempre vigile Dying Victims Productions.
Oltre ad una copertina davvero piacevole alla vista, apparentemente dipinta a mano, ciò che desta maggiormente il nostro stupore è la formula musicale, che di primo acchito potrebbe sembrare derivativa, ma basta poco per capire che qui bolle in pentola qualcosa di più raffinato, rispetto alla stragrande maggioranza degli aspiranti esponenti della new wave of traditional heavy metal.
Chiaramente parliamo pur sempre di un disco classic metal, ma volendo entrare di più nello specifico del qui presente “Force Of Nature”, ci sentiremmo di definirlo come una commistione di heavy e speed metal di carattere melodico, sulla falsariga di gente come i Savage Grace o i dimenticati Griffin, ma con un comparto vocale profondo ed evocativo, quasi più tipico di produzioni doom o prog, gestito in questa sede dal frontman Jakob Rejec, con in più alcune lievi e percettibili sfumature psichedeliche e persino qualche goccia di black come collante in alcune fasi specifiche, tra cui il brano “Under The Skin”, in cui si palesano persino degli accenni di voce scream.
In generale, l’intera tracklist è un concentrato di velocità non perenne, sonorità coraggiose e intelligenza musicale, davvero degne di una autentica forza della natura (per citare il titolo): la band sceglie di osare senza strafare, dando priorità agli elementi giusti e confezionando brani che sono una gioia per le nostre orecchie da metallari affezionati alle sonorità old-school; al tempo stesso riescono a stimolare anche la nostra ricerca di contaminazione e originalità: con “Imperial Madness” e “Victims Of War” si scapoccia di gusto, mentre “Exhausted Earth” ci stupisce con una soavità settantiana a tratti psichedelica, degna di formazioni come i celebri e sottovalutati Ashbury, e il tutto senza nemmeno sacrificare eventuali parentesi strumentali, di cui “Recurrent Universe” è un discreto esempio.
Otto tracce complete, come molti album di inizio anni ’80 a noi tanto cari, che trovano il proprio apice nella più lunga title-track, all’interno della quale la maggior parte delle derive stilistiche sfoggiate finora dai Challenger si mettono in mostra, come di solito accadrebbe in un brano conclusivo, ma in questo caso ci fa piacere notare che i due ultimi atti hanno ancora qualche sorpresa in serbo: “Sleepless”, pur non eccedendo sul fronte tecnico, è un pezzo prog metal a tutti gli effetti, e si intravedono persino degli sprazzi di Fates Warning e Dream Theater tra le sue derive, anche per quel che concerne la timbrica del sopracitato Jakob, che qua riesce quasi a sembrare un novello James LaBrie.
Anche la conclusiva “The Final Epoch” non manca di lasciare spiazzati, mantenendo quella sorta di ravvivata vena prog in evidenza, senza però mancare di inserire qualche chicca esecutiva, tra cui un passaggio cromatico che ce ne ricorda uno molto simile dei Megadeth; e poi, impossibile non menzionare l’accelerazione finale a base di purissimo heavy/speed metal, con cui la band sembra volersi congedare ribadendo quello che è il loro filone di riferimento, indipendentemente dalle trovate particolari.
Quindi, è chiaro a questo punto che siamo in presenza di una delle sorprese più gradite del 2024, nonché possibile conferma di esserci imbattuti in una nuova e coraggiosa avanguardia del panorama classic metal, anche se ci sarà sicuramente da lavorare su alcuni elementi.
Nel nostro caso, l’unica critica che ci sentiamo di fare riguarda un sound meno impattante di quanto sarebbe servito per assestare il colpo definitivo all’ascoltatore, anche se ammettiamo di aver apprezzato l’equalizzazione pressoché perfetta con cui sono stati valorizzati i singoli strumenti; con un po’ di botta in più nelle viscere, quest’album volerebbe probabilmente tra le uscite migliori dell’ultimo periodo, in cui comunque riesce a fare una figura a dir poco eclatante.
