6.5
- Band: CHURCH OF DISGUST
- Durata: 00:40:41
- Disponibile dal: 27/05/2022
- Etichetta:
- Hells Headbangers
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La Chiesa del Disgusto ha ufficialmente inviato ai suoi fedeli più incalliti la sue personalissima terza enciclica, sei anni dopo dall’ultima emanazione a nome “Veneration Of Filth”. Diciamo subito che la novità più importante relativamente al death metal, rigorosamente old-school, sfornato dai quattro texani non riguarda tanto la proposta in sè, quanto piuttosto la nuova label sotto la quale arrivano a pubblicare il qui presente “Weakest Is The Flesh”. L’accordo con la Hells Headbangers ha portato infatti un miglior produzione dell’intero impianto sonoro che, pur mantenendo i caratteri della vecchia scuola (Cianide e Autopsy su tutti) viene sbrodolato con la giusta nitidezza e brutalità. Guidati dall’ugola gutturale del chitarrista Dustin James, i Church Of Disgust badano al sodo, riuscendo ad arrivare, con moderata facilità, dritti dritti all’interno del padiglione auricolare dell’ascoltatore. In che modo? Semplice: macinando un songwriting immediato senza scadere in un’ignoranza di base gratuita ma nemmeno esercitandosi in tecnicismi esasperati. L’old-school professato dalla band americana si poggia principalmente sulla potenza primitiva del riff con la ‘erre’ maiuscola, quello che ti penetra nella tempia, scandito magari da un mellifluo mid-tempo e sventrato a dovere da improvvise ripartenze o fulminanti assoli.
Si citavano i Cianide come rimando principale, ma in alcuni brani (“Horrific Anathema”) vi sono pure strizzate d’orecchie alla matrice svedese (vedasi i primissimi Hypocrisy di “Penetralia”), così giusto per carpire lezioni da entrambe le due accademie death. Album che viaggia sostanzialmente lungo una sorta di ottovolante in cui i momenti cupi e putridi hanno la meglio sugli episodi più tirati. Non tutto comunque funziona alla perfezione tanto che, guarda caso proprio nella titletrack, quando i nostri tentano di uscire dal seminato, proponendo una soluzione diversa dal trademark principe, il risultato ottenuto è alquanto zoppicante, salvo riprendersi nella seconda parte del brano. A conti fatti, gli otto pezzi di “Weakest Is The Flesh” (più uno stacco strumentale e l’outro Throne Bearer’s Dirge”) ci portano con agio tra l’ammasso di corpi presenti sulla dignitosa copertina senza tuttavia destare un interesse che raggiunga vette considerevoli. Quarantun minuti che scavano solchi tipici dell’underground più classico, riuscendo solo in parte a lanciare spunti propositivi degni di attenzione.
