6.0
- Band: CITY OF SHIPS
- Durata: 00:41:29
- Disponibile dal: 19/07/2011
- Etichetta:
- Translation Loss
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Ce n’è veramente per tutti i gusti (post-hardcore, screamo, post-rock, grunge, e non finisce qui) nel ritorno dei virginiani City Of Ships, e purtroppo per loro e per coloro che già hanno familiarità con i nostri, non è una buona notizia. Non è che “Minor World” sia un album privo di idee, perché anzi ne ha, e parcchie, pure. E oltre alle idee, è anche pregno di passione e serietà da vendere. Solo che il disco sembra “evaporare” davanti ai nostri occhi. E’ instabile e volatile e fa gran fatica a rimanere coeso e compatto in un solo punto in modo tale che l’ascoltatore riesca a fruirlo in santa pace senza dovergli correre dietro in continuazione o ricordagli chi è. I City Of Ships, bisogna ammetterlo, hanno sviluppato una formula musicale tutta loro, che portano avanti e sviluppano con sicurezza e convinzione, e questa è una cosa che fa loro un grande onore. Ma la commistione di generi veramente opposti che propongono è instabile, e provoca insofferenza e sensazioni molto contrastanti. Se pensate che la band è stotto contratto con la spietata Translation Loss e che fa parte della stessa scena “post” di gente come i Battlefields, i Rosetta (entrambi loro compagni di etichetta oltre tutto) e i Neurosis (con cui sono stati di recente in tour anche in Italia), ma poi in certi passaggi iper-melodici e sdolcinati delle loro canzoni (che oltretutto non sono rari!) arrivano addirittura a ricordare i Get Up Kids, be’, capite che la faccenda per prima cosa è molto difficile da valutare e non si capisce bene in quale ottica vada approcciata e, secondo, getta delle ombre lunghissime proprio sulla identità e la tenuta musicale di questa band, e sulla sua chiarezza di idee. Ricordare il primo album della band della Virginia aiuta molto a capire questo nuovo capitolo: “Look What God Did To Us” del 2009 era un gran bell’esempio di post-hardcore massiccio ed evoluto che, forte della voce meravigliosa del cantante/chitarrista Eric Jernigan, era dotato di un grandissimo senso della melodia e tinteggiato in maniera molto armoniosa con improbabili ma riuscite divagazioni nel mondo dei proto-screamo dei Fugazi e nel grunge malinconico e oscuro degli Screaming Trees e dei God Machine. “Minor World” esagera questa vena melodica e forse la sottovaluta anche, e questa finisce con l’andare troppo oltre, riducendo ogni passaggio più melodico del disco ad una scampagnata pop veramente stucchevole, senza ritegno e mal bilanciata col carico post-hardcore e sludge metal squarciante di tutto il resto. Fin dall’opener “Clotilde” il quadro appena descritto si compie con veemenza spiazzante. La canzone in questione sembra uno strano mischiaticcio di Isis e Nirvana, un’accoppiata che forse era veramente meglio evitare. Le successive “Subrosa” e “Low Countries” aggiustano un pochino il pasticcio e riportano la band sui binari abbastanza sicuri e definiti dell’hardcore dilatato ed etereo di Planes Mistaken For Stars e These Arms Are Snakes. Ma l’equilibrio è fragile e inevitabilmente la band risprofonda a fasi alterne per tutta la durata del disco in una confusione totale di sludge-metal, emo (nel senso più positivo del termine, ma il pasticcio riamne irrisolto) e pop-punk che lascia veramente poco spazio alle lodi e parecchio alle perplessità. Ogni volta che la band cerca di risalire la china per ricompattarsi, riperde la strada quasi subito, forse volutamente, chissà, ma alle orecchie le intenzioni sono ignote e purtroppo per i City Of Ships conta ciò che si sente. La penultima “Chainman” chiude definitivamente il discorso con tre minuti di ammiccante galleggiamento grunge e pop-punk incomprensibile che condannano il disco ad un limbo di dubbi inestricabili ancora prima della sua conclusione. Si parte con il presentimento e la speranza di essere risucchiati nel mondo distruttivo e selvaggio dei Neurosis ma dopo pochi minuti ci si ritrova inspiegabilmente in mezzo al polverone fastidioso e fanciullesco del Warped Tour. Il disco è fatto bene e suonato con passione e coraggio, e si sente, ma da qualche parte qualcosa è andato tremendamente storto.
