7.5
- Band: CLAIRVOYANCE
- Durata: 00:34:00
- Disponibile dal: 18/07/2025
- Etichetta:
- Carbonized Records
Dopo qualche anno trascorso nei radar dell’underground grazie a un demo e un mini ben accolti, i Clairvoyance approdano finalmente al debutto sulla lunga distanza. “Chasm of Immurement” arriva come una tappa naturale e necessaria nel percorso della band death metal polacca: un disco che non stravolge quanto già proposto in precedenza, ma ne offre una versione più compiuta, ordinata e convinta. Il potenziale c’era, ora ci sono anche una direzione chiara e una scrittura decisamente più matura.
Già la copertina, firmata da Paolo Girardi, fa la sua parte: un’opera che colpisce per dettaglio e impatto, e che anticipa bene l’atmosfera oppressiva ma all’occorrenza cangiante che pervade tutto il disco. Insomma, per una volta, l’abito coincide col monaco. Le sei tracce di “Chasm of Immurement” mettono infatti in mostra un gruppo che ha lavorato con attenzione e intelligenza sul proprio materiale, evitando gli errori tipici dei debutti troppo affrettati.
A livello strettamente stilistico, i Clairvoyance si inseriscono con naturalezza nel solco del death metal old school di ultima generazione, quello che negli ultimi anni ha visto protagonisti nomi come Cerebral Rot/Corpus Offal, Tzompantli, i primi Tomb Mold e altre realtà affini. Il suono è tetro e poco accomodante, ma la scrittura è tutt’altro che trasandata: al contrario, si percepisce una grande cura per il riff e un’attenzione costante allo sviluppo dei brani.
Dopo un opener piuttosto concitata come “Eternal Blaze“, che in qualche tratto riporta alla mente pure i vecchi Suffocation, un esempio lampante del valore della formazione arriva con la seconda traccia, “Hymn of the Befouled”, che si snoda con fluidità tra diverse sezioni, mantenendo sempre alta la tensione e offrendo momenti particolarmente riusciti in termini di groove e impatto. Si tratta di uno dei picchi del disco, e dà bene l’idea della qualità che la band di Varsavia è in grado di esprimere quando riesce a tenere insieme ispirazione e misura.
Procedendo con l’ascolto, risulta subito degna di nota anche una “Reign of Silence”, che segue un canovaccio simile alle precedenti, ma si distingue nella seconda metà grazie a un rallentamento ben dosato, dove fanno capolino accenni melodici che aggiungono colore senza snaturare il contesto. Il brano si chiude poi con un altro bel riff, groovy e azzeccato, che rimane impresso. Su “Blood Divine”, invece, il riffing diventa più spigoloso, suggerendo, almeno nei midtempo, accostamenti con i Morbid Angel più quadrati, dimostrando anche qui una buona padronanza del linguaggio.
La chiusura è quindi affidata a “Monument to Dread”, il pezzo più lungo e articolato. Qui la band prova a sintetizzare tutto quanto mostrato fino a questo punto: ci sono i rallentamenti, c’è il groove rotondo e subito accattivante, c’è l’atmosfera plumbea e, soprattutto, c’è una solidità compositiva che convince. In questo caso, il paragone con i primi Spectral Voice, per quanto forse prematuro, non è fuori luogo: in sette minuti, i Clairvoyance dimostrano di saper maneggiare i tempi dilatati senza cadere nella noia, lasciando spazio a variazioni ben costruite e a un senso di tensione sotterranea che tiene vivo l’ascolto fino all’ultimo.
A conti fatti, ii Clairvoyance non tentano dunque strade impervie, né si lanciano in sperimentazioni forzate. Il loro è un approccio diretto ma non semplicistico, che trova la sua forza nella capacità di scrivere brani compatti, dinamici, ben strutturati e in grado di imprimersi con naturalezza. Certo, una personalità pienamente formata è ancora in via di definizione: le influenze sono ben presenti e in alcuni passaggi si fanno subito sentire. Tuttavia, in questa circostanza ciò che conta è che la band ha dimostrato di saper fare le cose per bene: sa scrivere riff interessanti, sa muoversi con disinvoltura in territori anche più atmosferici e, soprattutto, sa calibrare ogni elemento con equilibrio. La produzione, ruvida il giusto e coerente col taglio della proposta, aiuta a rendere il tutto ancora più credibile.
Si può insomma definire “Chasm of Immurement” un esordio solido e promettente, nel quale i ragazzi polacchi preferiscono far parlare i riff, costruire con metodo, cesellare i brani con una scrittura che, pur senza clamori, lascia il segno. Il risultato è un lavoro che scorre senza intoppi ma che non si consuma in fretta: come una cripta scavata con pazienza nella pietra, piena di echi familiari, ma non per questo priva di fascino.
