8.0
- Band: CLOAKROOM
- Durata: 1:00:30
- Disponibile dal: 18/08/2017
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
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Con “Time Well” la band dell’Indiana arriva a sfondare le porte dello shoegaze sognante per inserire i propri pattern fuzzosi e stoner, ottenendo una sorta di stonergaze di sicuro impatto psichedelico e di immaginario post-hardcore. Il secondo album dei Cloakroom è infatti un mash-up di My Bloody Valentine ed Electric Wizard, capace di non risultare insofferente di paragoni e di sound, ma autodeterminandosi come un ottimo pastiche di influenze e di sonorità che ben si sintonizzano sul catalogo Relapse e amplificano quello che era stato quello che venne definito ‘stoner emo’ di “Further Out”. Se il metal è un genere metamorfico e in continua evoluzione è certo che una di queste trasformazioni e polimorfismo passa da qui. “Concrete Gallery” si apre con il basso potente di Robert Markos che permane con un andamento quasi post-punk, donando ampio raggio e respiro ai territori imboccati dalla band nel corso dell’album, ed innestandosi poi su sferzate doom/sludge e andamenti stralunati tipici dello shoegaze. I tre ragazzotti, con dei lavori ed esistenze semplici in una cittadina poco fuori Chicago, offrono tutto ciò che di onesto si può trovare in territori che loro definiscono ben lontani da essere una Mecca musicale, ma che sono pieni di musicisti talentuosi che aspettano solo di essere portati a galla dalla corrente, senza per forza rincorrere il fascino della città. “Time Well”, nonostante le accezioni di genere che porta con sè, non è un lavoro ‘di posa’, né tantomeno ‘di mestiere’; è un album che cerca di esprimere la realtà di quel tipo di territori dove industrializzazione e ruralità si mischiano da sè, con le caratteristiche che questa gente si porta dietro, come si sente perfettamente in brani come “Seedless Star”, in cui fa piacere sentire che Brian Busch sia ritornato dietro le pelli, dopo la ricostruzione della spina dorsale con innesti di metallo. “The Sun Won’t Let Us Go” è un elemento perfetto all’interno dell’album, che inserisce quel sentore slowcore tipico di certi Red House Painters, conditi con Slint e Slowdive, ma incastonato nel progredire dell’album quasi come se fosse semplicemente parte della famiglia. Una famiglia allargata, in cui convivono rumore e solidità così come melodia e semplicità, donando a “Time Well” una bellezza che emerge da sé, senza doverla rincorrere, ricercare, conquistare. Quella che rimane nascosta dietro il suono delle bacchette appoggiate sul rullante, dei pedali che vengono schiacchiati, di una voce soffusa perfettamente impastata nel mix, di scudisciate di overdrive di basso. “I was dreaming about cold fusion / Listening to the conditioned air / Picking up what’s barely there”. Il lavoro dei tre musicisti è impeccabile e donerà di sicuro un’ora di ascolto piacevole di uno shoegaze malinconico, dall’andamento doom/sludge, di sicuro impatto emotivo, come i colori di un tramonto industriale.
