CLOVEN HOOF – Who Mourns For The Morning Star

Pubblicato il 25/04/2017 da
voto
8.0
  • Band: CLOVEN HOOF
  • Durata: 00:44:39
  • Disponibile dal: 21/04/2017
  • Etichetta:
  • High Roller Records
  • Distributore: Audioglobe

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Trattasi di mazzata anzi, di una vera e propria zoccolata sui denti. Amanti della NWOBHM, sostenitori incalliti del ‘denim and leather’ fatevi sotto: i Cloven Hoof sono tornati, e stavolta non ce n’é per nessuno. Riff sudoriferi si avvicenderanno ad episodi più articolati e magici; brani senza tregua prenderanno il posto di pezzi più cadenzati; i sogni verranno spazzati dalla guerra. Questo ed altro è “Who Mourns For The Morning Star”, ultima fatica della cult-band inglese che, dopo alcuni anni di stasi ed una serie infinita di cambi di line-up, è tornata di gran carriera ad ingranare la quinta. Nato nel ’79 in quel di Wolverhampton, ‘splittatosi’ nel Novanta e riunitosi infine a nuovo millennio inoltrato, il gruppo albionico è di diritto (pur senza i giusti meriti) una di quelle realtà che hanno contribuito alla nascita e alla diffusione del metal in territorio britannico. Ed il motivo, se qualcuno non se ne fosse ancora accorto, lo troviamo proprio nel nuovo album, il settimo per la cronaca, edito per l’etichetta tedesca High Roller Records, che rimarca le forme primordiali della band, in grado non solo di abbracciare le sonorità aggressive dell’heavy metal, ma di accarezzare in egual misura il prog e l’hard rock più soft e melodico. Aria, Terra, Fuoco e Acqua: così si facevano chiamare e così vestivano i primissimi Cloven Hoof. Oggi, a trentasette anni di distanza, di quegli elementi ne è rimasto solo uno: quel Lee ‘Air’ Payne, abilissimo nel pescare nuovi componenti (ci auguriamo fissi), così da alimentare ancora una volta la forza trascinante del combo inglese. Su tutti, alla voce, George Call in arrivo dagli americani Aska (insieme al batterista Danny White), autore di una prova magistrale. Ma veniamo a noi. Nemmeno il tempo di pigiare ‘play’ che un camion metallico ti investe in pieno: l’ugola di Call, qui simile a quella del buon Dio, si erge suprema sulle note di “Star Rider”, brano tiratissimo (quasi una versione live) che farà smuovere anche il più bradipo dei metallari. Un breve respiro e si riparte con l’andamento onirico, dai tratti più ‘rockeggianti’, di “Song Of Orpheus”, in cui ancora una volta il nuovo singer si fa notare, non solo per le capacità prettamente canore, ma soprattutto per la versatilità d’interpretazione dei vari pezzi. Basterebbero questi primi due brani per collocare “Who Mourns For The Morning Star” tra i top album del momento ma il meglio deve ancora arrivare. I ritmi si fanno più rudi con la successiva “I Talk To The Dead”, salvo ripartire con la granitica “Neon Angels” sino a sfociare nella title-track, in cui è l’intera band la vera protagonista: l’avvio prog, coadiuvato dalla tonalità piena e calda di Call, si apre prima ad un refrain solido e modulato quindi ad una cavalcata maideniana in vecchio stile che trascina l’ascoltatore verso un autentico sali-scendi di emozioni. I rimandi al passato sono dietro l’angolo, tanto che “Time To Burn” sembra una classica hit dei Judas Priest più fulminei, con tanto di screaming in entrata di Call in perfetta modalità Rob Halford. In realtà non si tratta di un copia-incolla: quei tempi il buon Payne li ha vissuti in pieno e li ha fatti suoi, portandoli sino a giorni nostri. La corsa prosegue senza sosta sino al gioello finale in cui i Cloven Hoof regalano una summa delle proprie abilità stilistiche. “Bannockburn” racchiude in sette minuti lo spirito globale della New Wave Of British Heavy Metal. L’intro acustico, con tanto di flauto, alza il sipario in modo sublime sulle vicende dello scontro sanguigno avvenuto all’inizio del tredicesimo secolo, in occasione della prima guerra d’indipendenza scozzese nei confronti del Regno d’Inghilterra. L’attacco improvviso delle due chitarre da quindi il via all’avanzata folle e rabbiosa degli ‘schiltrons’ scozzesi alla quale fa da contraltare il passo lento e titubante dei soldati inglesi. Il ritmo galoppante oltre al gioco delle chitarre sopra descritto lancia più di un riferimento ai primi Maiden ed anche Call sembra quasi un Bruce Dickinson in versione ‘Air Raid Siren’. Ma ripetiamo, lui si chiama George Call e loro sono i Cloven Hoof e, stavolta, hanno fatto il botto.

TRACKLIST

  1. Star Rider
  2. Song Of Orpheus
  3. I Talk To The Dead
  4. Neon Angels
  5. Morning Star
  6. Time To Burn
  7. Mindmaster
  8. Go Tell The Spartans
  9. Bannockburn
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