COBALT – Slow Forever

Pubblicato il 26/09/2016 da
voto
7.0
  • Band: COBALT
  • Durata: 01:23:53
  • Disponibile dal: 25/03/2016
  • Etichetta: Profound Lore
  • Distributore: Audioglobe

Il metal estremo statunitense ‘di nicchia’ pullula di figure come quella di Erik Wunder, mastermind dei Cobalt. Personaggi lontani dai grandi centri culturali del paese, dalle scene più vitali (il Colorado da cui Wunder proviene non è esattamente la Bay Area), che nella solitudine, o in sparuta compagnia, modellano identità musicali poliedriche, sincretiche, non immediatamente riconducibili ad altre realtà coeve o del passato. Nel caso dei Cobalt l’etichetta di black metal è un modo semplice (diciamo pure ‘semplicistico’) per etichettare una formula che affonda in effetti nel nero, nel marciume, nella negatività più infame, ma non rimane invischiata in coordinate prestabilite. I dischi precedenti portavano in dote questi caratteri sfuggenti, comprendenti imperscrutabili suggestioni post-metal, un maleodorante retaggio sludge, nichilismo disperato e lampante urgenza crust/punk. Attorno, negli interstizi, ovunque vi fosse spazio, un amaro senso di solitudine figlio della provincia americana più depressa. Un sentimento lasciato serpeggiare in giri melodici tristi, marchiati dalla sconfitta e dall’ineluttabilità di un destino dimesso e marginale. Temi ricorrenti anche nel nuovo album, il quarto: “Slow Forever” arriva a ben sette anni dal precedente “Gin”, piccolo oggetto di culto underground, segnando un cambiamento importante dietro il microfono. Non fa più parte del duo Phil McSorley, arruolato nell’esercito americano da molti anni e costretto in passato a registrare nei pochi momenti in cui non era in missione all’estero: il problema dovrebbe essere stato superato con l’entrata nella band di Charlie Fell, polistrumentista con esperienza in Nachtmystium (live, alla batteria), Abigail Williams (batteria, voce e basso) e Lord Mantis (basso e voce). Il suo timbro acidissimo dona un particolare imprinting a “Slow Forever”, incrementando il coefficiente di rabbia disperata e incanalando l’ambiziosa opera su binari torbidi e spigolosi. Sul formato del doppio album la band predispone una tracklist alternante brani lunghi ed eterogenei e brevi strumentali, dal carattere più melodico e amaro, nelle quali l’influenza della musica tradizionale americana e del suo sostrato cantautorale fa sovente capolino. Una strategia, quella di intervallare capitoli di ampio respiro con spezzoni di opposta concezione, buona per dare un ritmo caratteristico alla narrazione e concedere le necessarie pause e momenti di riflessione nell’ascolto. Le composizioni a minor durata, oltretutto, sono sempre dotate di melodie di pronto effetto, che entrano nell’anima e danno da pensare, facendoci cogliere in pieno i tormenti presenti nell’animo dell’artista che le ha scritte. Per le tracce più lunghe, i Cobalt si confrontano con un crogiolo di soluzioni messe a fuoco ed esplorate con risultati altalenanti. Innanzitutto, l’elevato minutaggio non corrisponde né a brani complessi e strutturati, né al lasciarsi andare ad andamenti dilatati e indefiniti: i riff sono mediamente semplici, sporchi, anneriti ma non particolarmente estremi, un concentrato di black’n’roll, hard rock e punk che se ne sta ben lontano da distorsioni scarnificanti, o inturgidimenti modernisti. Un suono, quindi, piuttosto vecchio stampo ed elementare, che però sa modificarsi in corso d’opera, attecchire e slanciarsi in crescendo solenni, oppure indugiare in tremolanti passaggi atmosferici, prima di deragliare completamente in stacchi ruvidi e crusteggianti. A volte si vola alto, sfruttando al meglio la poliedricità percussiva, che trascina a progressioni ruggenti ed enfatiche; altrove, sono midtempo chiassosi e groove lerci a tenere banco, in un susseguirsi di mezze riflessioni e invettive bastarde che non prevedono la presenza di assoli o fraseggi chitarristici molto elaborati. In effetti, se la qualità media rimane buona e i Cobalt non paiono mai indecisi o fuori fase in questo mondo fosco, perennemente in divenire, è anche vero che non hanno abbastanza idee da riempire un tempo così abbondante. Non sono le durate delle singole tracce a essere eccessive, piuttosto è l’elementarità di alcuni spunti chitarristici, abbinata a ritmiche un po’ scontate, ad abbassare il giudizio. Quando Wunder osa e veleggia in atmosfere più sofisticate, il talento di songwriter emerge chiaro; quando si gioca, pigramente, sul terreno del metal/punk da bassi istinti ed headbanging, allora la musica perde mordente e si adagia nella mediocrità. Complessivamente l’album funziona e vale la pena di essere approcciato da chi ama le contaminazioni senza cercare chissà quali bizzarrie: sfrondato di alcune parti ‘prosaiche’ e manieriste, il giudizio sarebbe potuto essere notevolmente migliore.

TRACKLIST

  1. Hunt the Buffalo (CD 1)
  2. Animal Law (CD 1)
  3. Ruiner (CD 1)
  4. Beast Whip (CD 1)
  5. King Rust (CD 1)
  6. Breath (CD 1)
  7. Cold Breaker (CD 1)
  8. Elephant Graveyard (CD 2)
  9. Final Will (CD 2)
  10. Iconoclast (CD 2)
  11. Slow Forever (CD 2)
  12. Siege (CD 2)
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