7.0
- Band: COLISEUM
- Durata: 37:15
- Disponibile dal: 05/05/2015
- Etichetta:
- Deathwish Inc.
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La band di Louisville, Kentucky, è solita ormai offrire album di un gusto sempre più orientato verso il punk più soft e cadenzato, fondamentalmente parte di un processo naturale di ammorbidimento del suono in favore di un appeal sempre più catchy e affabulatorio. Il quinto album dei Coliseum è infatti, come era stato negli ultimi due precedenti, un album che abbandona decisamente quasi tutto dello spirito hardcore d-beat degli esordi ma affila un gusto più raffinato, naturale progressione da “Sister Faith” di cui sembra quasi essere il seguito di track list, mantenendo però pur sempre l’impatto gozzo e panciuto di fondo. Dice infatti il buon Ryan Patterson: “Ogni album è diverso e tutti sono shockati nel momento in cui avviene questo cambiamento, quindi penso questo renda difficile per noi creare veramente una grande fanbase, perché ogni volta che facciamo uscire un disco – non so se è alienante per tutti – è comunque un infrangere il codice delle regole”. Se infatti la prima “We Are The Water” potrebbe fare storcere il naso per quel suo impatto da singolone à la The Cult, condito di synth, di mood caciarone e facilotto, con la seconda “Course Correction” sentiamo che il nuovo impatto della band americana è pur sempre incredibilmente valido. Il basso di Kayhan Vaziri è sempre un elemento fondamentale per il suono dei Coliseum, con quel suo incedere punk monolitico e grassoccio che tiene in piedi le fondamenta della baracca di Ryan Patterson. L’impatto hardcore, dicevamo, è scomparso, ma emerge un sentore Killing Joke ancora più evidente degli ultimi anni, che tiene le parti più heavy metal di lato in favore di uno spirito più poetico e post-punk decadente, come accade nella romantica “Dark Light Of Seduction”, nella vampiresca “Sharp Fangs, Pale Flesh” e nella bellissima “Sunlight In A Snowstorm”, aiutata anche dal video sintomatico di un carattere che ormai è diventato la nuova bandiera del sound Coliseum. I Motörhead degli esordi lasciano ormai spazio ad un qualcosa di più simile agli Echo And The Bunnyman e a quell’art punk che sembra essere ritornato ad affascinare. Probabilmente non è per moda che si possa considerare il caso del power trio del Kentucky, ma è certo che molti vecchi fan non digeriranno questa nuova deriva di una band che un tempo sfasciava bettole e locali rock’n’roll a suon di d-beat hardcore punk. Sì, certo si urla ancora la vecchia favola della rock’n’roll life in “Drums And Amplifiers”, e tutto sommato funziona sempre. Poco importerà, del resto, ad altri, quando comunque il livello qualitativo di album come questi è sempre piacevolmente degno di nota.
