7.5
- Band: COLTAINE
- Durata: 00:36:18
- Disponibile dal: 05/09/2025
Con un nome preso da uno dei personaggi dall’imponente saga fantasy “Libro Malazan dei Caduti”, ci si aspetterebbe dai tedeschi Coltaine una musica altrettanto fitta di mistero, suspence, fughe nell’onirico e nell’irreale. Puntualmente, quel che accade nel secondo album sotto nuova denominazione, il sesto se contiamo anche quelli editi sotto il precedente moniker Witchfucker. La compagine di Karlsruhe era infatti partita sotto altra insegna, più rude e sfacciatamente metal, anche se le coordinate sonore non erano chissà quanto distanti da quelle attuali. Nel 2022, ecco che al più crudo e anonimo Witchfucker si sostituisce, appunto, Coltaine, e la band entra in quel momento in un’altra fase, artistica e pure di considerazione nell’underground. Il merito va principalmente a “Forgotten Ways”, disco uscito nel 2024 e capace, per qualità sue e per il momento storico favorevole a talune sonorità, a far circolare fruttuosamente il nome del combo tedesco nell’underground.
Le combinazioni stilistiche di questi ragazzi sono di quelle che oggi piacciono molto, nei sottoboschi musicali europei. Parliamo di una commistione di doom, neofolk, ambient, post-rock/metal adornata da una voce femminile seriosa e di carattere, quindi un assemblato di sonorità atmosferiche, setose, moderatamente cupe e riflessive che stanno avendo apprezzabile successo ormai da qualche anno. Il settore è indubbiamente in fase di inflazionamento, ma staccandosi da facili cliché c’è ancora modo di dire qualcosa di interessante. Effettivamente, “Forgotten Ways” lo faceva, tant’è che il gruppo ha iniziato a suonare in diversi festival di nicchia e ha potuto anche spingersi in tour in giro per l’Europa, facendo pure da spalla ai nostri Messa. Messa che sono pure il primo nome che viene facile accostare ai Coltaine, per un uso non così ovvio della voce femminile, per la duttilità della medesima e un’idea di suono che cerca, per quanto possibile, di sfuggire agli schemi e intraprendere strade più oblique e non frequentatissime.
A un solo anno dal fortunato predecessore, Coltaine ritorna sul luogo del delitto, dipingendo paesaggi sonori sommessi, tristemente nebbiosi, gravidi di misteri e presagi. Con un tempo così breve trascorso dal precedente album, non ci sono scatti in avanti, piuttosto si assiste a un’operazione di consolidamento, a un rassicurante destreggiarsi in movimenti e ricami strumentali che iniziano ad essere familiari ma tutt’altro che telefonati. La formazione tedesca continua a prediligere un calmo, sicuro minimalismo, non cedendo alla tentazione di cavalcare qualche andamento melodico più facile e orecchiabile. La vocalità femminile della brava Julia Frasch viene incanalata in un cantato a cavallo tra nenie da sacerdotessa occult rock e il confortevole tono consolatorio delle migliori cantautrici, offrendoci una prestazione di carattere, pensosa e senza eccessi. Nel disco di quest’anno si riduce la densità post-metal messa in mostra nell’uscita del 2024, come se i Coltaine volessero esplorare un lato più rarefatto della propria anima sonora. Una scelta per certi versi apprezzabile, perché concede maggior distanza tra “Brandung” e “Forgotten Ways”, due dischi in ogni caso abbastanza simili nell’impianto complessivo. In analogia ai già citati Messa, i Coltaine sono abili nel passare da soluzioni più facili e scorrevoli, ad altre richiedenti maggiore impegno nell’ascolto, giocate su suoni astratti, divagazioni, una quiete che raramente diventa immobilismo.
In alcune circostanze, il gruppo sa comunque confezionare degli ottimi, potenziali, singoli, come “Keep Me Down In The Deep”, un concentrato di hard rock sulfureo ma non opprimente, segnato da una melodia principale accattivante e un martellante ritornello. Anche se la struttura della tracklist potrebbe lasciare un filo perplessi – quattro brevi strumentali su nove tracce complessive – l’intervallarsi di canzoni ben strutturate ed episodi solo strumentali, calmi, dall’aria bucolica e trasognata, funziona bene e dà un gusto speciale all’opera. Così “Black Coral” e “Wirbel Wind” sono introduzioni perfette agli arpeggiati avvolgenti e rassicuranti di “Above the Burning Sand”, che rimane impressa nella mente per il tocco caldo e fragrante della batteria e il tono sussurrato di voce della Frasch. La title-track mostra al contrario un vivo dinamismo: attacca luminosa, prosegue tra momenti più scuri e possenti – dove si coglie qualche affinità con le Faetooth – altri addirittura veloci e martellanti, salvo poi staccare la spina e svoltare in una dolente nenia gotica. Un brano disvelante tanti temi differenti, sintomo del misurato eclettismo dei Coltaine e del loro gusto per varie derivazioni di sonorità cupe e frastagliate. “Brandung” ha in fondo il solo torto di essere un po’ succinto, di chiudersi presto, quando diverse idee avrebbero meritato un maggior sviluppo e una prosecuzione di canzone in canzone. Ma può andar bene anche così: il disco consolida quanto fatto in “Forgotten Ways” e promette di far crescere l’attenzione per questa realtà underground.
