7.0
- Band: CONFESS (SWE)
- Durata: 00:43:43
- Disponibile dal: 15/05/2026
- Etichetta:
- Frontiers
“La Metamorfosi” di Kafka è indubbiamente uno dei capolavori letterari del Novecento, ma in ambito musicale le mutazioni genetiche non sempre sono sinonimi di successo: c’è chi nel cambio ne ha guadagnato, dai Pantera ai Bring Me The Horizon, e chi viceversa è rimasto scottato (Helloween, Kreator, Machine Head) al punto da tornare poi sui propri passi.
Certamente i Confess – la versione svedese, da non confondere con l’omonima death metal band iraniana – non hanno lo stesso peso specifico dei gruppi sopra citati, nondimeno il loro evidente tentativo di evoluzione suscita qualche interrogativo a partire dal titolo (“Metalmorphosis”, peraltro lo stesso utilizzato a distanza di poche settimane dai compagni di etichetta Masterplan).
Certamente il loro glam/sleaze stradaiolo dei primi tre dischi non brillava per innovazione, ma l’ultimo “Burn Em All”, uscito a ridosso della pandemia, ci aveva positivamente colpito per la sua travolgente botta di energia, facendo scalare loro diverse posizioni all’interno della New Wave Of Swedish Sleaze, dove partivano nelle retrovie rispetto ai vari Backyard Babies, Hardcore Superstar, Crazy Lixx e Crashdiet (con cui condividono il cantante).
L’inizio con “Colorvision” è in linea con la produzione pregressa – di fatto come suonerebbero Guns N’ Roses e Faster Pussycat trapiantati ai giorni nostri in quel di Stoccolma – e anche “The Warriors”, al netto di un riff blueseggiante, ricorda la cazzimma dei Motley Crue, ma da qui in poi iniziano le novità.
La melodia superficcante di “Wicked Temptation” per la verità sembra rubata agli Hardcore Superstar più heavy (quelli del disco omonimo), ma è con la title-track che il classico ‘pedal to the metal’ viene spinto al massimo, con un giro di tastiere e ritmiche al limite del power di fianco ad un coro anthemico, così come le chitarre gemelle e la doppia cassa di “The Pursuit of Jenny Haniver” sembrano uscite dagli spartiti dei Mob Rules o degli Alestorm.
Nel mezzo, la ballad acustica “Beat Of My Heart” ci riporta su territori più melodic rock, liquidando comunque la pratica in poco più di due minuti quasi come fosse un semplice interludio per riprendere fiato, mentre “The Other Side” torna su territori hard rock ottantiani, in particolare con un hook di chitarra e tastiera che rimanda agli Europe di “The Final Countdown” e, più in generale, alle colonne sonore dei migliori blockbuster reaganiani.
Per non farsi mancare nulla, “Running To My Death” irrompe a velocità smodate con delle ritmiche di basso distorte in pieno stile Motorhead (senza linee vocali potrebbe quasi essere scambiata per “Ace Of Spades”), mentre con “Plague Of Steel” i cinque tornano a vestire i panni da cosplayer degli Hardcore Superstar, anche se il botta e risposta tra John Elliot e i cori femminili non fa prigionieri; finale sciamanico infine con “Silvermalen”, un roccioso midtempo di quasi sei minuti in cui, tra arpeggi morriconiani e cori esoterici, si è portati ad alzare il pugno come ad uno show degli Hammerfall.
Tirando le somme non è facile dare un giudizio uniforme: indubbiamente i Confess hanno saputo evolvere il proprio sound e dispongono di capacità camaleontiche, che permettono loro di ‘fare propri’ stilemi di altri generi senza per questo voler partecipare al “Tale e Quale” show o rinnegare del tutto il proprio trascorso sleaze; nondimeno il rischio di tutta questa eterogeneità è quello dell’effetto jukebox, per cui da un brano all’altro si cambiano le coordinate senza soluzione di continuità secondo una formula più adatta ad una compilation (tipo il recente tributo delle band punk ai Motorhead) che ad un album vero e proprio.
Per chi ama le contaminazioni, un disco comunque da provare.
