8.5
- Band: CONFESSOR
- Durata: 00:41:00
- Disponibile dal: 01/10/1991
- Etichetta:
- Earache
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Per la Earache, il 1991 fu un anno caratterizzato da uscite dal profilo decisamente eterogeneo, nel quale, accanto a classici del death metal e del grindcore come “Blessed Are The Sick” dei Morbid Angel, “Necroticism” dei Carcass, “Clandestine” degli Entombed o “Warmaster” dei Bolt Thrower, trovano spazio anche lavori più trasversali e spesso difficilmente catalogabili, come “Guts Of A Virgin” dei Painkiller, “Hate Songs In E Minor” dei Fudge Tunnel e il folle “Lo Flux Tube” degli OLD.
Nello stesso periodo esce anche il debutto dei Cathedral, “The Forest of Equilibrium”, capolavoro di un genere — il doom — che spezzò l’urgenza di anni vissuti tra le velocità folli del grind e le architetture sonore claustrofobiche del death metal. Ma quello non sarà l’unico lavoro doom del 1991, perché il primo ottobre dello stesso anno vede la luce un album destinato a rimanere un unicum nella storia del metal.
“Condemned” degli americani Confessor rappresenta infatti un’anomalia di fatto mai più ripetuta: un disco che, teoricamente e storicamente, viene inserito nel genere doom (o meglio, come suggerito all’epoca, technical doom), ma che in ultima analisi trascende qualsiasi tentativo di catalogazione.
Se da un lato è forte l’influenza di band come i Trouble — evidente soprattutto nei riff di un brano come “Eve of Salvation” — il motivo per cui raramente i Confessor vengono accostati ai classici Candlemass o ai Black Sabbath risiede nella loro intrinseca complessità compositiva. I brani sono costruiti in modo cervellotico e stratificato, avvicinandosi spesso alle intuizioni dei Watchtower senza però confluire mai nel thrash metal vero e proprio.
Ogni traccia è un’architettura complessa di riff angolari, talvolta dissonanti, che seguono partiture di batteria completamente libere da qualsiasi standard, arrivando in alcuni momenti ad anticipare il groove quadrato ed epilettico dei primi Meshuggah. Emblematica in tal senso è la labirintica “The Stain”, che presenta passaggi che non sfigurerebbero su un disco come “Destroy Erase Improve”.
Eppure, in molte occasioni la band non manca di ricordarci le proprie radici doom, tuffandosi nella drammaticità di brani come “Suffer”, una sorta di Solitude Aeternus a 45 giri, o “Prepare Yourself”, in cui una batteria dal suono secco e molto presente si sgancia dalle chitarre per avventurarsi in contorsioni disorientanti, ben lontane dal classico incedere pesante e minaccioso tipico del doom metal tradizionale. Esempio assoluto di questo estro batteristico è proprio la title-track, con un’introduzione interamente giocata su poliritmi.
Anche il cantante Scott Jeffreys — che militerà per breve tempo nei Watchtower del periodo post “Control And Resistance” — mette in scena una performance fuori dal comune, tutta giocata su tonalità altissime e linee vocali complesse, quasi alla Rush. Le sue armonie, tutt’altro che immediate, si collocano idealmente sulla scia di dischi come “Deception Ignored” dei Deathrow o “Life’s Cycle” dei Sieges Even, ma con l’enfasi drammatica tipica dei Trouble e dei Fates Warning.
Reduci dallo storico Gods of Grind del 1992, i Confessor si sciolsero prima di avere la possibilità di registrare un vero seguito, tornando solo dopo più di dieci anni — purtroppo orfani del chitarrista Ivan Colon — con il meraviglioso “Unraveled” del 2005. Resta però “Condemned” il disco con cui la band verrà ricordata: sia per la confusione che generò al momento della sua uscita — in pieno boom del death metal e per di più su una grande etichetta del genere — sia per la sua pura maestosità, fatta di riff moderni e fuori da ogni schema per l’epoca, una batteria sbalorditiva e una prova vocale di enorme potenza.
Non a caso, membri di Nile e Carcass, così come Phil Anselmo, hanno voluto rendere omaggio alla band nei liner notes del loro EP “Sour Times” del 2005: un riconoscimento tutt’altro che marginale, così come non lo è il fatto che il progetto sonoro dei Confessor possa aver lasciato un’impronta evidente nel lavoro chitarristico nervoso e spezzato dei Meshuggah.
Il sound labirintico e asfissiante creato dai Confessor in questo album non è certamente per tutti, ma per chi è riuscito a decodificarlo è rimasto impresso in modo indelebile nel cuore.
