8.0
- Band: CONVULSING
- Durata: 00:55:29
- Disponibile dal: 01/03/2024
Alla fine, sono passati quasi sei anni prima che i Convulsing riuscissero a dare un seguito a “Grievous”, il loro fortunato album più recente (fino a un paio di settimane fa) targato 2018. Il più lungo iato tra un disco e un altro del progetto australiano guidato dal polistrumentista Brendan Sloan – negli ultimi tempi visto all’opera anche negli Altars – ci ha consegnato però un’opera evidentemente molto più meditata e lavorata rispetto alle già più che convincenti prove precedenti, le quali hanno generato e riscosso grande entusiasmo nel circuito underground legato alle correnti post-metal e death metal dal taglio più avanguardistico.
Non è certamente un lavoro di facile assimilazione, questo terzo capitolo della carriera della one man band originaria di Sydney. Si tratta di un disco plasmato da un musicista ormai maturo anche dal punto di vista della carta d’identità, che ha riposto nel cassetto parte di quel mood claustrofobico e alcune delle stranezze più pronunciate degli esordi per un suono altrettanto cerebrale e visionario, ma complessivamente più ragionato e armonico.
Si può parlare di “Perdurance” come di un disco più accessibile, un disco di canzoni, sebbene sui generis. Anche grazie a una serie di riff e hook atipici, in cui si ricerca la melodia (anche se per vie traverse), il lavoro regala più emozioni del suo diretto predecessore, pur mantenendo elevata la componente progressiva di composizioni non certo di facile comprensione. “Inner Oceans” o “Shattered Temples”, ad esempio, sono a loro modo episodi incendiari per come si sviluppano, si mettono in discussione e si risolvono, incrociando calma e aggressione, armonia e dissonanza. Del resto, da sempre nella musica dei Convulsing regna questo costante dialogo, dove le complesse sezioni strumentali puntualmente offrono ulteriori opportunità di esplorazione musicale e di espressione emotiva, con riff spigolosi che appunto riescono anche a fare da base a trovate più melodiose e a momenti evocativi assimilabili già dopo pochi ascolti. Il processo qui è però stato ulteriormente affinato, tanto che questa abilità nel creare contrasti dinamici contribuisce non poco alla profondità emotiva dei brani.
Viviamo in un’epoca in cui un po’ tutti provano a fare il verso alla scena black metal islandese o a Gorguts e Ulcerate – tanto che questa ostinata ricerca dell’astrattismo sta iniziando a stufare – ma non capita ogni giorno di imbattersi in una realtà che sa ben maneggiare trame come quelle e, al contempo, perlomeno in certi tratti, fonderle con sonorità dal respiro più ampio, dove si ricercano atmosfera e persino una punta di soavità. Su “Perdurance” troviamo ad esempio alcuni assoli di chitarra pulitissimi, di ispirazione Allan Holdsworth, così come progressioni più contemplative, che qua e là curiosamente svelano pure un’influenza opethiana. Quando poi si tratta di spingere e di far emergere il proprio retaggio estremo, Sloan non si tira certo indietro: un pezzo come “Flayed” si regge in ampi momenti su un riffing che è death metal senza grandi orpelli e sotterfugi, dimostrando come alla base di questo eclettismo e di un modo particolare di manipolare la tensione permanga una indubbia sostanza.
Una produzione molto equilibrata, chiara e non eccessivamente opprimente nei toni, accresce quindi la suggestione di un album che si rivela un nuovo deciso salto in avanti per un musicista e compositore che mostra di possedere le doti necessarie per competere con i cosiddetti grandi e per alzare ulteriormente l’asticella all’interno del filone.
