CORROSION OF CONFORMITY – Good God / Baad Man

Pubblicato il 24/03/2026 da
voto
8.5

Spotify non ancora disponibile

Apple Music non ancora disponibile

La carriera dei Corrosion Of Conformity ha conosciuto fasi molto diverse, per attitudine musicale e successo di pubblico – oltre che in termini di line-up; difficile invece definire altalenante questa band dal punto vista dell’attitudine e della pervicacia nel portare avanti una proposta che, con questo mastodontico doppio album, giunge all’undicesimo disco.

Sono passati otto anni da “No Cross, No Crown”, e di acqua sotto il ponte ne è passata parecchia; la tragica scomparsa di Reed Mullin e l’abbandono di Mike Dean, entrambi membri fondatori, avrebbe determinato la fine di quasi ogni gruppo, ma Pepper Keenan e Woody Weatherman hanno invece preferito rimboccarsi le maniche, arruolare forze nuove (l’amico e prezzemolino Bobby Landgraf al basso e Stanton Moore, redivivo dopo l’esperienza dietro le pelli su “In The Arms Of God”, ma già sostituito per il tour in arrivo) e comporre quello che è probabilmente il loro lavoro più ambizioso di sempre.
Come può suggerire il titolo, “Good God / Baad Man” è composto da due dischi intensi e dall’approccio molto diverso, che cercano un’eccellente sintesi di tutte le anime della band; non a caso, in fase di lavorazione il produttore Warren Riker lo chiamava “The Dark Side Of The Doom”. Scelta coraggiosa, ma al tempo stesso,  dopo oltre quattro decadi, un inevitabile momento di bilancio – riuscitissimo, a nostro avviso, al punto che ogni brano merita menzione per capire l’attenzione nel trip che hanno composto i nostri.

Si parte altissimi con “Good God/Final Dawn”, una versione sotto steroidi e al tempo stesso acidi di “Achilles Last Stand”, che stravolge un riff iconico in un mix di Grand Funk Railroad e Hawkwind, senza perdere in senso epico. “You Or Me” abbassa il ritmo senza perdere in impatto e corrosività, mentre il primo singolo “Gimme Some Moore”, con ospiti gli amici Al Jourgensen e Monte Pittman, unisce i mai sepolti afflati hardcore a un riff grassissimo (degno dei Soundgarden di “Badmotorfinger”).
“The Handler” mescola southern rock e pulsioni psych a meraviglia: uno stoner doom come quasi mai avevano toccato in passato, che torna prepotente nella seguente “Bedouin’s Hand”, in grado di evocare il deserto e sostanze allucinogene. “Run For Your Life” chiude il primo disco su territori fumosi e settantiani insieme, senza praticamente un minuto debole – su quasi dieci di durata; fino a qui, insomma, tanta nostalgia virata al meglio, molto heavy psych, un brano strumentale degno degli Sleep… quasi una compilation di flashback tossici.

Ma passiamo al secondo disco: “Baad Man” cambia subito faccia, con un suono più asciutto e secco, più ispirato agli ZZ Top, e una voce filtrata, su movenze che richiamano brani come “Who’s Got The Fire”. “Lose Yourself” ha un curioso innesto elettronico, ma resta in un solco simile: un brano sanguigno, che puzza di barbecue e tabacco sputato, guidato dall’ennesimo giro che si stampa subito in testa da parte di uno dei riffmaker più iconici della sua generazione – e scriviamolo, una buona volta.
Perfetto il breve intermezzo di banjo – con un azzeccato innesto di basso sabbathiano – prima dell’assalto sonoro di “Asleep On The Killing Floor”, un uptempo guidato da una sezione ritmica selvaggia e incalzante, capace di evocare le pulsioni hardcore di “Blind”, con strofe stralunate à la Primus.
Il disco si chiude riportando in primo piano le pulsioni dixieland, con tutte le sfumature del caso: “Handcuff County” e “Swallow The Anchor” sono due midtempo riuscitissimi dove le linee vocali sardoniche di Pepper, il cowbell e le chitarre ciccione evocano armadilli, truck giganti e birre ghiacciate a meraviglia.
Con “Brickman” saliamo di livello e parliamo dei Lynyrd Skynyrd più ispirati, dei Mountain e di vera poesia: rallentano i ritmi, la chitarra acustica e la voce si fanno suadenti e i brevi assoli sono da brividi.
La conclusiva “Forever Amplified” stravolge nuovamente le carte, assorbendo in parte l’acidità stoner preminente nel primo disco: parte da una sorta di jam sporca e psichedelica, per poi trasformarsi in uno dei loro riuscitissimi pezzi ‘classy sludge’ (se ci passate il neologismo), con tanto di tocco gospel finale. Come chiudere meglio il cerchio?

Ci troviamo di fronte almeno alla terza rinascita dei COC, per tutte le trasformazioni citate in apertura, e ancora una volta dalle ceneri emerge una fenice sontuosa, per quello che non possiamo che definire come il loro capolavoro della maturità: quarantaquattro anni di carriera e non sentirli, chapeau.

TRACKLIST

  1. Good God? / Final Dawn
  2. You Or Me
  3. Gimme Some Moore
  4. The Handler
  5. Bedouin’s Hand
  6. Run For Your Life
  7. Baad Man
  8. Lose Yourself
  9. Mandra Sonos
  10. Asleep On The Killing Floor
  11. Handcuff County
  12. Swallowing The Anchor
  13. Brickman
  14. Forever Amplified
0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.