CRATOR – The Ones Who Create: The Ones Who Destroy

Pubblicato il 19/12/2016 da
voto
6.5
  • Band: CRATOR
  • Durata: 00:38:25
  • Disponibile dal: 14/09/2016
  • Etichetta:
  • Distributore:

I Crator sono un nome che, ovviamente, ad oggi, non dirà quasi nulla a nessuno, in quanto si tratta di un gruppo al debutto discografico. Ma è lampante al momento del primissimo ascolto del platter,  prima ancora di andare a leggere le note biografiche, che non siamo alle prese con un gruppo di debuttanti. A voler essere eccessivi potremmo tirare persino fuori il termine di ‘all star band’ se la cosa non sapesse di mainstream, e quindi poco adatta al genere proposto. Già perché i Crator suonano un technical death metal velocissimo, affilato e cervellotico, adatto solo ed esclusivamente agli amanti più convinti e oltranzisti di queste sonorità. Tra le file di questo gruppo troviamo al basso Colin Marston (Behold The Arctopus, Dysrhythmia, Krallice, Gorguts postreunion e altri), dietro alle pelli troviamo John Longstreth degli Origin (e Dim Mak) e il suo compare di band Jason Keyser dietro al microfono, mentre alla chitarra troviamo Jeff Liefer (Tentacles, Satanic Sega Genesis). I Crator suonano esattamente come qualsiasi appassionato delle band sopra menzionate vorrebbe che suonassero: veloce, difficile, intricato, impenetrabile, tecnico e via discorrendo. Non stiamo quindi parlando di un techno-death edulcorato o melodico, come potrebbe essere quello di Obscura o The Faceless, giusto per citarne un paio, ma decisamente più vicino a qualcosa di più oscuro e monolitico alla Origin, appunto. Non c’è nulla di formalmente sbagliato in questo “The Ones Who Create: The Ones Who Destroy” se non che fondamentalmente di album come questi ne abbiamo sentiti davvero tanti. Come spesso accade nei side project a comporre i brani finiscono quelle idee che magari non vengono sfruttate nei progetti principali. Lungi da noi voler pensare ai Crator come a un cassonetto differenziato di riff e idee rifiutate, ma francamente questo disco non ci ha dato l’idea di avere quella freschezza, quella fluidità, quell’ispirazione e quel senso di insieme che abbiamo trovato nei lavori degli Origin o dei Gorguts, per esempio. In più di un frangente ci è infatti sembrato che i singoli strumentisti fossero più impegnati a percorrere la propria autostrada di velocità e tecnica sopraffina, senza un’intenzione di scrivere un brano coeso e memorabile. Ecco quindi che il risultato finale è di un album che ci sentiremo di consigliare più ai fanatici del genere che altro.

TRACKLIST

  1. The Ouroboros Is Broken
  2. The Judge on War
  3. The Ones Who Create, the Ones Who Destroy
  4. The Great Stagnation
  5. The Sixth Genocide
  6. The Noble Lie
  7. The Collective
  8. The Echo That Conquers Voice
  9. The Unquiet Sky
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