5.5
- Band: CREMATORY
- Durata: 00:52:26
- Disponibile dal: 02/05/2025
- Etichetta:
- ROAR! Rock Of Angels Records
In un universo parallelo, i Crematory si sono sciolti nel 2001 dopo un decennio di onesta carriera e non hanno mai avuto ripensamenti a riguardo. Sono ricordati per aver tenuto alta la bandiera tedesca nell’evoluzione della scena gothic metal degli anni Novanta e, pur restando un passo indietro rispetto ad altri colleghi europei, hanno lasciato un segno con album a loro modo storici come “Illusions”, “Crematory” e “Awake”, senza dimenticare i più ruffiani “Act Seven” e “Believe”.
I vecchi fan dei Crematory in questo multiverso si sono persi un paio di buoni lavori come “Klagebilder” e “Antiserum”, ma non hanno dovuto vedere i loro beniamini ripetere se stessi all’infinito in produzioni sempre più annacquate – con questo “Destination” siamo arrivati al decimo album dalla reunion del 2003 – e l’anima del buon Peter Steele riposa in pace senza essere stata oltraggiata dall’obbrobriosa cover di “My Girlfriend’s Girlfriend”.
La novità a questo giro è che, perso per strada il chitarrista/cantante Connie Andreszka, il comparto vocale dipende per la prima volta da tempo interamente sull’ugola di Felix Stass, unico membro originale insieme al batterista Markus Jüllich e alla tastierista Katrin Jüllich. Se il growl cavernoso del corpulento basettone è un tratto distintivo della formazione del Baden-Württemberg, sul cantato pulito il passo indietro è purtroppo evidente: l’apice negativo in questo senso toccato dalla già citata rivisitazione dei Type O Negative (cui per la cronaca prende parte anche Michelle Darkness degli End Of Green), ma le cose non vanno molto meglio nelle più riflessive “After Isolation” (tirata inutilmente in lungo per quasi sei minuti) e “Deep In Silence”.
L’altro aspetto che salta all’orecchio è il maggior peso dato alle chitarre di Rolf Munkes, nell’evidente tentativo di voler ripescare anche alcuni tratti primordiali, quando ancora potevano essere accostati al death metal: il confronto con i fasti degli anni Novanta sarebbe poco lusinghiero e, anche se qualche passaggio non sfigura rispetto alla produzione più recente (la title-track , “The Future Is A Lonely Place”), pure quelli che erano i punti di forza storici, dal cantato in lingua madre (“Welt aus Glas”) all’utilizzo dei synth simil-EDM (“Days Without Sun”), risultano meno efficaci in questa occasione, con le tastiere di Katrin meno audaci rispetto ad “Antiserum”; similmente, le parti dove la chitarra si ritaglia più spazio, dal simil breakdown nello special di “Banished Forever” al breve assolo di “Ashes of Despair”, poco o nulla aggiungono all’economia di un sound che ha spesso fatto della quadratura ritmica il suo punto di forza insieme all’elettronica. Ben venga quindi, sul finale, l’ignoranza da balera di “Toxic Touch” e il dritto per dritto di “Das Letzte Ticket”. Una manciata di pezzi discreti in testa e in coda non basta a risollevare le sorti del diciassettesimo sigillo, ma una fiammella del crematorio è ancora accesa prima che siano sparse le ceneri della gothic metal band più longeva di Germania.
