8.0
- Band: CRIPPLED BLACK PHOENIX
- Durata: 01:06:22
- Disponibile dal: 17/04/2026
- Etichetta:
- Season Of Mist
Da tempo i Crippled Black Phoenix non possono più considerarsi una vera e propria band, quanto piuttosto un collettivo di musicisti radunati intorno alla figura di Justin Greaves, polistrumentista e principale autore, che però non vive il suo progetto con il piglio del solista, quanto piuttosto come il capitano di una nave la cui ciurma può variare di viaggio in viaggio, ma sempre nello spirito di collaborazione per il raggiungimento di una meta comune.
Sulle nostre pagine abbiamo già parlato spesso di questo progetto, anche con parole lusinghiere; eppure, in più di un’occasione la loro musica ci ha lasciato un retrogusto dolceamaro, un senso di incompiutezza che si avverte quando si ha la certezza di avere a che fare con il talento, senza però riuscire davvero a metterlo a fuoco, come nel caso del loro precedente album, “Banefyre” (2022).
Tocca a “Sceaduhelm” sciogliere in noi ogni dubbio, grazie a una raccolta di canzoni che, finalmente, sembrano aver trovato la loro dimensione ideale.
Dietro a questo strano titolo si cela un significato profondo, preso dal poema epico “Beowulf”: si tratta infatti di una forma arcaica traducibile in inglese come ‘shadow helm’, l’elmo dell’ombra, un’immagine che, nella sua forma poetica, rimanda al calare delle tenebre, all’arrivo della notte che, al tempo stesso, rende tutto più buio e, di conseguenza, minaccioso, eppure dona anche conforto e protezione a chi cerca un rifugio in cui nascondersi.
La musica dei Crippled Black Phoenix, qui, fa esattamente la stessa cosa: è oscura, buia, destabilizzante, eppure non è un luogo di spaventi e mostri; sa anche cullarci, accarezzarci e nasconderci, affinché quello che c’è là fuori non ci trovi e non ci faccia del male.
Nel concreto, Greaves trasforma questo concetto in uno strano ibrido che, ancora una volta, riesce a fondere post-rock, metal, folk, dark e gothic rock, ma questa volta lo fa con molta più naturalezza, senza lasciarci frastornati, grazie a una scrittura molto più coerente, in cui ogni sfumatura trova una sua collocazione all’interno di un quadro più ampio.
Ecco, quindi, che l’eclettismo di Greaves, da parziale difetto, diventa il vero punto di forza dell’album e noi ci troviamo a farci trascinare da una materia sonora ipnotica. Così abbiamo un brano melodico e trascinante come “Ravenettes”, con quella sua carica quasi post-punk, a cui fanno da contraltare la malinconia e le aperture sinfoniche di “Things Start Falling Apart”.
E ancora voci stranianti, spezzoni di conversazioni tratte da chissà quali pellicole cinematografiche e da programmi TV per bambini, il gothic rock e la voce profonda, alla Nick Cave, di “Vampire Grave”, per arrivare infine alla maestosa “Beautiful Destroyer”, che chiude il disco in un crescendo di intensità.
Dove però l’album tocca il suo apice, a nostro parere, è in due canzoni molto diverse, eppure entrambe di valore assoluto. La prima, “No Epitaph / The Precipice”, si apre come se fosse una ballata acustica di Leonard Cohen o di Bert Jansch; dopodiché gli strumenti elettrici fanno il loro ingresso e la canzone acquisisce una vitalità crescente, pur mantenendo sempre un fondo di malinconia. Passati quattro minuti abbondanti, l’atmosfera cambia di nuovo e il brano si trasforma in una composizione figlia diretta dei Pink Floyd di “Animals”, per chiudersi poi con un finale elettrico più teso e incalzante. Un vero gioiello. Non da meno l’altra canzone che ci preme citare, intitolata “Tired To The Bone”, che recupera le atmosfere più rarefatte del post-rock, con un brano che potrebbe tranquillamente provenire dai migliori Sigur Rós, sostenuto dalla performance struggente della cantante Belinda Kordic.
“Sceaduhelm”, in definitiva, è un disco che ci invita a resistere in questo momento particolarmente buio della storia dell’umanità, nonostante la fatica e la consapevolezza di quanto sia logorante questo futuro senza certezze. Eppure, forse proprio noi, che ci nutriamo quotidianamente delle emozioni più sinistre dell’animo umano grazie alla musica che ascoltiamo, possiamo trovare conforto e protezione nel manto della notte, sotto lo sguardo triste e sconsolato di una falce di luna.
